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Piacenza - La Primogenita d’Italia


La chiesa di San Francesco a Piacenza - disegno di R.Vermi

L’eco dei successi franco-piemontesi incoraggiò i patrioti Piacentini, le ostilità verso i militari dalle “bianche divise” aumentavano e le occasioni per dimostrare l’avversione si moltiplicarono. Di fantasia i patrioti ne avevano da vendere pur di rendere difficile la vita agli sgherri, ve ne voglio raccontare alcune. Una delle prime fu il 10 gennaio 1848 nella chiesa di San Fermo venne celebrato un rito funebre per le vittime dei massacri compiuti in Milano nei primi giorni dell’anno e, in quella occasione, si cantò l’inno di Pio IX che tanto disturbava i gendarmi. Nella rappresentazione, al Teatro Municipale, dell’opera di Verdi “I Lombardi“ i coristi variarono deliberatamente il testo, dove era scritto “noi siam corsi all’invito di un pio..” cantarono invece “noi siam corsi all’invito di Pio..” , tra gli applausi incessanti, il forte consenso e le risate per l’inutile corsa degli sbirri che volevano fermare quel tumulto. Ma il fatto più esaltante fu quello di Santa Maria di Campagna dove si cantò un “ Te Deum “ ordinato per una povera donna che aveva recuperato la salute. Era un giorno di festa, scelto appositamente per avere un maggior numero di persone. Quando si arrivò al versetto “..Salvum fac populum tuum Domine..“ i giovani che erano accorsi cantarono con tanto entusiasmo che tutti i presenti capirono che era una vera dimostrazione politica. La povera donna si chiamava “Italia“. Il tutto era stato studiato con entusiasmo da Maggi , l’avv. Giarelli, Giuseppe Manfredi, il dottor Stefano Solvetti, i fratelli Opilio e Bernardino Massari, attorniati da parecchi giovani fra cui Giovanni Pagani.
Il fatto ebbe conseguenze dure, il comandante del presidio fece arrestare il Maggi accusato di aver obbligato il Priore Guardiano di Santa Maria di Campagna all’esecuzione dello sconveniente “Te Deum“.
Il marchese G. Francesco Pallavicino Governatore della città si oppose, in questo caso
il Maggi se la cavò con una diffida. Gli animi erano molto caldi, con spontaneità i fatti
si moltiplicarono creando timori da parte delle autorità .
Il 21 marzo i popolani portarono il tricolore in piazza del duomo, dove venne benedetto
dal Vescovo, poco dopo uno di essi sale alla guglia del campanile e affida il vessillo
all’Angelo di rame dorato mentre la folla, nel delirio, applaude quell’atto coraggioso.
Il popolano si chiamava Giovanni Zanin.
Il Duca di fronte a queste intolleranze, non sicuro di se, nominava una “Reggenza“
a cui trasferiva il supremo potere. Tale reggenza era composta dal Conte Luigi Sanvitale, dal Conte Girolamo Cantarelli, dall’ avv. Ferdinando Maestri, e dal prof .
Pietro Pellegrini di Parma e dall’avv. Pietro Gioia di Piacenza .
Il 21 stesso venne firmata fra il Governatore di Piacenza ed il Comando Austriaco
una convenzione per la consegna al Governo Parmense della piazza e fortezza di Piacenza. Dopo tante diatribe il Consesso civico, rivendicandone il diritto, provvide
a comporre un suo Governo provvisorio .
Automaticamente il Conte Cigala Fulgosi si dimette quale podestà , viene sostituito
da Fabrizio Gavardi “ primo sindaco “di Piacenza .
Immediatamente si sparge la voce che mediante plebiscito Piacenza vuole essere annessa al Piemonte. La notizia provoca malumori a Parma, i Piacentini sono classificati con l’appellativo di “ Ribelli ! “.
IL governo provvisorio, incurante, con solerzia e senza interruzione respinge qualsiasi contatto. Uscirono i primi giornali liberi “ l’Eridano “ organo ufficiale del Governo provvisorio, lo dirige il Conte Bernardino Pallastrelli. Altro foglio cittadino
fu il “Tributo “ che si estinse dopo 39 numeri terminando la tiratura il 29 luglio 1848 .
I cittadini Piacentini, ormai impazienti, insieme al Governo provvisorio si riunì il
10 maggio nella chiesa di San Francesco, al grido di “LIBERI“, avvenne il conteggio dei
voti dei cittadini chiamati a decidere se Piacenza dovesse o no proclamarsi “ annessa
al Piemonte” . Dopo che l’atto fu rogato dai notai Guastoni e Solvetti e dopo l’annuncio del magnifico risultato : “ 37.585 votanti, ben 37.089 furono i voti favorevoli “ , a gran voce Pietro Gioia fu pregato di salire sul pulpito e proclamare ai presenti la
“Indipendenza dell’Italia“ :

Piacenza – La Primogenita d’Italia

Non più barbari dunque: non più tirannidi! Santo sole d’Italia, ti rallegrerai di splendere su questa terra riscattata . E noi, noi consapevoli di aver amata la Patria,
anche quando amarla era pericolo supremo, e quando ci pendevano sul collo le mannaie
dei tiranni, noi leveremo confidenti un grido unanime di Evviva .

Evviva alla recuperata libertà! Evviva all’Italia redenta! Evviva ai valorosi che pugnan
per Lei nei campi insanguinati dell’Adige! Evviva al Principe magnanimo che li conduce,
a Carlo Alberto, speranza e tutela nostra presente ! Evviva a Lui che saprà esserci Re , senza che cessiamo noi d’esser liberi ! .

Tanto era la gioia che non furono dimenticati i poveri, come era costume, si
distribuirono 6.000 razioni di pane .


Incontro tra Carlo Alberto e la delegazione piacentina

La commissione composta da Pietro Gioia, Fabrizio Gavardi, Antonio Rebasti, il
14 maggio si reca dal Re Carlo Alberto, che si trovava nei pressi di Verona, e consegnò, allo stesso , lo splendido risultato del “ Plebiscito “ .
Re Carlo Alberto, ricevendone il risultato , qualificava Piacenza “La Primogenita“.
Il 22 maggio la Camera dei Deputati in Torino, il 24 il Senato, ed il 27 con Decreto
del Principe Eugenio di Savoia Reggente lo Stato, accettava, omologava e proclamava
l’aggregazione di Piacenza al Regno di Sardegna .
Re Carlo Alberto il 18 maggio delegava a ricevere in consegna il Ducato di Piacenza ,
il Comm . Federico Colla Senatore del Regno e Consigliere di Stato , assistito da due Consiglieri “ il Barone cav. Giuseppe Sappa Intendente Generale Consigliere d’ Appello
e l’Avvocato Paolo Onorato Vigliani Consigliere d’ Appello“.
Al palazzo del Governatore, il 1 giugno, presenti i nuovi funzionari, i membri ed i segretari del Governo Provvisorio rimettevano il loro mandato. Ora provate ad immaginare che cosa accadde quando tornarono gli Austriaci a rioccupare la città .
Le battaglie per la libertà , continuarono, parecchi giovani di Piacenza offrirono la loro vita per la grandezza dell’Italia .

Evviva la Primogenita !

Riflessione “dolente”:
Fra i lavori progettati, per dare pane agli operai, il Governo Provvisorio aveva disposto sin dal 26 marzo 1848 la demolizione del Castello della città.
Molti non erano favorevoli perché ritenevano l’opera, ingiusta, così fu dato ordine di sospendere. Venne ridiscussa dal “Consesso Civico“ che, nella seduta del 19 maggio
deliberava con 20 voti di sospendere momentaneamente la demolizione.
Purtroppo più tardi venne concessa la demolizione totale, di fatto compiendo un madornale errore. Si distrusse un’opera veramente bella e senza una logica.
Oggi, all’interno dell’ex Arsenale, si può ammirare ciò che rimane del Castello Farnesiano .
“Carmelo Gambardella”.

Notifica del Podestà di Piacenza che
autorizza, dal 3 aprile 1848, la
demolizione del Castello.


Notifica del Podestà di Piacenza sulla
continuazione della demolizione del
Castello.


I primi giornali Piacentini