penna

il Salto Dell’Adriatica

“racconto di Ermanno Mariani”

La vecchia Citroen Ds, stinta, ammaccata e chiazzata di ruggine giaceva nell'enorme piazzale assolato della stazione di servizio Esso lungo la via Emilia, in direzione di Parma. "Apri bene le orecchie Lince! Porca troia. Se io fossi in te questa automobile cercherei di venderla, prima che sia troppo tardi" ringhiò il meccanico. "Che cazzo Mariolino e chi la vuole questa carcassa?". "E' una Ds, una dea! Ha ancora un suo mercato". "Mah! Sarà, ma io non la voglio vendere, è troppo bella". "Stronzate! E' ora di finirla con queste stronzate, non ci si può affezionare ad un pezzo di ferro e io mi sono rotto i coglioni di riparare queste cazzo di Citroen, ormai sono uscite di produzione da oltre dieci anni. I pezzi di ricambio cominciano a diventare introvabili e poi se per una riparazione ad un'automobile normale ci vogliono due ore per questa ne occorrono cinque. Hai capito? Testone!". Mariolino il meccanico sembrava sempre che stesse per perdere la pazienza da un momento all'altro. Era un tipo nevrotico. "Senti Mariolino, me le hai riparate quelle maledette palle delle sospensioni? Domani è Ferragosto e io vorrei partire per il mare.. Questa sera stessa". "Vaffanculo porca troia io le palle te le rompo, hai capito fricchettone del cazzo". Queste parole urlò Mariolino dalla sua bocca seminascosta da un paio di lunghi folti e spioventi baffi alla messicana. Mariolino sembrava Charles Bronson, aveva un viso da indio sudamericano, abbronzatissimo, portava i lunghissimi capelli ormai grigi raccolti in una coda di cavallo stretta da un semplice elastico. "Siete al capolinea voi fricchettoni del cazzo! Le vostre Citroen da figa, le vostre discoteche di merda e tutte quelle arie da sballati che ancora vi date.. Gli anni Settanta sono finitiii..". Tuonò Mariolino. "Vendila tu allora la tua Ds, se ti sta
tanto sul cazzo" lo rimbeccò Lince. "Magari trovassi un pollo che me la compra!". "Lo trovi, lo trovi, se vuoi.. Ma..". "Adesso mi hai proprio rotto i coglioni! Via, fuori dalle balle, vattene te e il tuo cesso di macchina, ma ricorda! Vendila al più presto perché non te la riparo più". Estratta qualche banconota dal portafoglio Lince pagò Mariolino; come al solito il meccanico aveva voluto una cifra davvero onesta, in fondo i fricchettoni gli erano simpatici e lui era uno degli ultimi meccanici del nord Italia in grado di riparare la Citroen detta Squalo, utilizzando un po' di fantasia anziché pezzi di ricambio costosissimi. "Ma come cazzo faccio a vendere una macchina come questa?". Borbottò Lince rammaricato mentre si avvicinava alla sua auto. La Citroen di Lince giaceva sul piazzale del meccanico, era di colore bordò, ma il tempo l'aveva così sbiadito che aveva preso una tonalità quasi rosata. Il tetto con incastonate, come due gemme, le frecce direzionali posteriori, era di un materiale del tutto particolare di colore bianco. I fanali anteriori a goccia, con due fari per parte, dei quali i due interni direzionali, donavano alla vettura quello strabismo di Venere che ne faceva una dea. I due lunghi denti che sporgevano dal paraurti anteriore le offrivano un tocco estroso e nello stesso tempo inquietante. La Citroen di Lince era nel complesso maltenuta. Il cofano, che conteneva il motore era addirittura più chiaro del resto della carrozzeria, che in fondo alle portiere era insidiata da numerose bolle di ruggine. Mancava un copricerchioni, una botta piuttosto vasta ed antica aveva incancrenito, con spruzzi di ruggine, un bel pezzo della fiancata sinistra e una portiera non si chiudeva più bene. Il parabrezza anteriore era solcato da una lunga crepa. Gli interni della Citroen, noti per somigliare ad un elegante salotto, conservavano soltanto a sprazzi l'antica bellezza, il tessuto rosso che rivestiva i sedili era pieno di squarci e di toppe. La gomma del volante era smangiucchiata in più punti, il poggiagomito centrale era addirittura di un'altra tinta, Lince l'aveva preso chissà dove, la sua Citroen Ds Super 2000 di cilindrata, originariamente non l'aveva. L'elegante cruscotto nero era crepato vicino al vano ricavato per la radio. Per finire, la carrozzeria della Ds era anche impolverata. Nonostante il complessivo decadimento, la Ds conservava un maestoso aspetto che faceva di lei una superba regina della strada anche se ormai decaduta. A quel tempo macchine del genere si potevano avere per poco, erano anni di consumismo spietato. Vetture come la Ds che soltanto poco più di dieci anni prima erano vendute a prezzi che equivalevano a un buon appartamento, nella prima metà degli anni Ottanta e per qualche anno ancora furono svendute a poche centinaia di mila lire. Per fare un esempio, per quanto assurdo ma reale, in alcuni lussuosi negozi di abbigliamento del centro si vendevano in abbondanza maglioni insignificanti, ma alla moda, a prezzi che superavano le svendute Citroen usate. Insomma le vecchie Ds a quel tempo erano così bistrattate che costavano meno di un maglione, ma sarebbe durata ancora per poco, presto i collezionisti le avrebbero tolte per sempre ai fricchettoni che l'avevano adottata come macchina culto per le loro scorribande notturne nelle discoteche. Non si può certo affermare che i fricchettoni avessero avuto cattivo gusto nella scelta dal momento che la Ds, per i suoi rivoluzionari accorgimenti tecnici e la sua splendida linea senza tempo, è a tutt'oggi esposta al museo d'arte moderna di New York e Roland Barthes a suo tempo le dedicò un saggio. Balzato nell'abitacolo del vecchio Squalo Lince girò le chiavi nel quadro e il motore, dopo un paio di colpi di tosse, prese a girare sonoramente, innestata la prima, la Citroen abbandonò sgommando in una nuvola di polvere l'assolato piazzale per infilarsi lungo la via Emilia in direzione di Piacenza. Lince al volante della Citroen sorrideva soddisfatto, il giovane pareva esserci nato per guidare quell'auto, lui e la macchina era come se fossero un tutt'uno. Lince aveva un viso da indiano, naso aquilino, occhi nerissimi e pelle abbronzata dal sole, portava i capelli lunghissimi, gli arrivavano sino a metà schiena, neri e lisci, pettinati con la riga nel mezzo e ben divisi da un safi azzurro stretto intorno alla fronte. Un orecchino che era una pietra bianca, brillava sul lobo del suo orecchio sinistro. Indossava una camicia indiana azzurra portata fuori dai pantaloni, gli immancabili jeans azzurri bucati e scarpe da ginnastica bianche. Lince non vedeva l'ora di abbandonare quella noiosa città di provincia resa deserta dal caldo, il suo lavoro poi era insopportabile, il giovane lavorava in una fabbrica dove si producevano scatole di latta. Un lavoro noioso e ripetitivo tutti i giorni, la voglia di evasione da quel posto era incontenibile: week-end, vacanze, poche ore disponibili, tutto sarebbe andato bene pur di sfuggire a quel lavoro grigio e da quella uggiosa città di provincia. Quella notte tutto sarebbe stato diverso, tutto sarebbe stato evasione, avventura, sarebbe andato al Melodj Mecca con i suoi amici. La Mecca era una nota discoteca di Rimini, frequentata dai fricchettoni e Lince con i suoi capelli lunghi, un pezzo di fumo in tasca, una grossa automobile, qualche amico e soprattutto i suoi ventuno anni non poteva accettare passivamente una vita tranquilla e insopportabilmente mediocre che gli si profilava all'orizzonte. Quella sera dopo le nove, quando Lince arrivò al bar M. i suoi amici lo stavano già aspettando: Antonio, Lassie e Gonzales; rispettivamente: vent'anni, ventuno e diciassette. I primi due erano nullafacenti, Gonzales era studente. I tre amici di Lince, come lui, indossavano maglietta chiara, jeans stinti e strappati e scarpe da tennis bianche. "Alla Mecca con lo Squalo" disse sorridente Gonzales, era il più giovane del gruppo, portava i capelli rossi, ricci, lunghi e gonfi. Egli era il più trepidante per la serata che lo attendeva. "Lo Squalo è sempre fantastico, chissà che cazzo c'aveva in mente il signor Pallas quando l'ha progettato con quelle sospensioni idrauliche che alzano e abbassano la macchina. Probabilmente quella volta che disegnò il progetto era fuori di testa...". Questo borbottò Lassie con un sorriso assorto, mentre con una mano si spostava dagli occhi la lunga frangia di capelli castani chiarissimi e lisci. Aveva un bel daffare con quella frangia, dal momento che i suoi capelli lisci come spaghetti gli ricadevano dinnanzi agli occhi e di continuo con la mano li spostava. "Una volta o l'altra la comprerò anch'io quest'automobile". Disse Antonio, mentre osservava la maestosa Citroen. Lince ne scese non senza un sorriso di soddisfazione e insieme ai tre amici si avviò al banco del bar. I quattro sorseggiarono una birra, mentre gli altri ragazzi del bar li osservavano fra l'annoiato e il disgustato. "Eccoli i soliti quattro sballoni del cazzo, se ne andranno a fumare e a ballare in chissà quale discoteca bella piena di "pesci gatti" come loro". Mormorò qualcuno. "Si va?". Domandò Gonzales impaziente. "Certo, ma prima dobbiamo passare a prendere una mia amica" rispose Lince. "E chi cazzo è?". Riprese Gonzales che era il più curioso. "Non cominciare a stressarmi, tra poco la vedrai". Asciugati i quattro boccali, il gruppetto di amici salì a bordo della Citroen che transitò per piazza Cavalli illuminata di giallo e attraversata in quel momento soltanto da un cane spelacchiato. Svoltato in via S. Antonino, proseguì per via Scalabrini sino a piazzale Roma dove sorgeva, altissima, appoggiata su un piedistallo sorretto da due colonne, la Lupa; la città assediata da un caldo umido opprimente pareva agonizzante, in circolazione vi era soltanto qualche anziano che barcollava appoggiato al bastone, in tutto e per tutto più simile a un fantasma che ad un essere umano. Infilata via Colombo, la Citroen proseguì in direzione della via Emilia, qui qualche auto in circolazione vi era ancora. Ad un tratto Lince girò il volante e la macchina percorse via Tedeschi sino ad infilarsi negli enormi palazzoni del quartiere Peep, percorse altre due o tre vie di quel quartiere, riproduzione in scala ridotta dei grandi quartieri periferici di Milano. Il vecchio Squalo si fermò in un piccolo parcheggio sterrato, proprio sotto ad un lampione. Lince senza spostarsi dal posto di guida si accese una sigaretta, subito imitato da Lassie. "Che cazzo facciamo qui come degli stronzi?". Domandò Gonzales, mentre con la testa si sporgeva dal finestrino e si guardava in giro. Intorno a loro soltanto alte case di cemento, alte e numerose come funghi, simili fra loro pareva quasi si fossero accordate per togliere il respiro alla gente. "Ehh! Ma che paranoia stasera" borbottò Lince mentre buttava fumo dal naso. Lassie con la bocca costruiva azzurrini anelli di fumo. Antonio pensava che avrebbe avuto bisogno di un lavoro. Ad un tratto da dietro un'auto parcheggiata si udirono dei passettini rapidi e una ragazzina, quasi una bambina, si avvicinò all'automobile con a bordo i quattro amici. "Ciao Lince" disse la fanciulla. Era giovanissima, molto magra, un corpo quasi da bambina, i capelli biondi, lisci e lunghissimi pettinati con la riga nel mezzo le scendevano fino a metà schiena. Indossava una camicia di fattura indiana, di tinta variopinta, in cui spiccava l'azzurro, jeans attillatissimi azzurri e strappati, infilati in un paio di stivaletti leggeri di camoscio marrone chiaro. Appesa alla spalla aveva una borsetta di cuoio a forma di mezza luna, dalla borsetta penzolava un safi rosso. "Ciao Sonia" disse Lince alzando stancamente una mano in cenno di saluto. "Andiamocene subito" proseguì la ragazza, "ho litigato con mia sorella e con i miei, non li voglio più incontrare". "Hai avvisato i tuoi che stai via qualche giorno?" domandò Lince mentre Antonio scendeva dall'auto per farla salire. "Certo, certo che li ho avvisati" mentì Sonia e si sedette fra Antonio e Gonzales. Il vecchio Squalo ripartì e si diresse rapido, con il suo carico, sino all'imbocco dell'autostrada. "Direzione Bologna" borbottò Lassie mentre dalla tasca estraeva un pezzetto di fumo avvolto in carta stagnola, un accendino, una sigaretta, una confezione di cartine azzurra chiarissima e appoggiato il tutto sul cruscotto dell'automobile cominciò a lavorarsi la prima canna, nel mangiacassette dell'auto suonavano i Doors. "In autostrada non c'è rischio che ci spacchi le balle nessuno" disse Lassie. "Tu fumi? Domandò Gonzales alla ragazza seduta al suo fianco". "A volte" rispose lei con tono di superiorità, come a dire che chi fumava era uno sfigato. "Dico, ma quanti anni hai?" proseguì Gonzales. "Ma chi è questo impiccione?" sbottò Sonia. "E' uno stressatore non farci caso" intervenne Lassie. "Diciassette comunque" mentì Sonia che ne avrebbe compiuti quindici fra pochi giorni. "Sì raccontalo a qualcun altro" ridacchiò Gonzales. "Ma fatti un po' i cazzi tuoi!" strillò la fanciulla lanciando una pacca sulla spalla di Gonzales, il quale continuava a ridacchiare. La Citroen volava nella notte di Ferragosto sull'autostrada deserta a quasi duecento all'ora, tre corsie erano tutte per loro, la luna splendeva alta nel cielo rischiarando sagome scure di stabilimenti, di fattorie, di alberi. "Tieni, fuma e non far più caso a Gonzales" questo disse Lassie mentre porgeva la canna a Sonia la quale aspirò un paio di boccate prima di passarla a Gonzales. "Buono questo fumo, cos'è?" domandò Gonzales con voce impastata. "Nero, niente male, fuma, fuma e non stressare" sussurrò Lassie con un sorriso. Terminata la prima canna, Lassie si rimise subito al lavoro e fabbricò la seconda. I cinque fumavano mentre i cartelli verdi delle uscite di Fiorenzuola e Fidenza sfrecciavano accanto a loro. "Comincio ad essere un po' fuori, quanto tempo ci vorrà per arrivare a Rimini?" borbottò Gonzales. "Un paio d'ore in tutto" disse Lince che non staccava gli occhi dalla strada; Lassie spazientito, già si preparava a fabbricare una nuova canna. Dopo altre due canne erano giunti in prossimità di Modena. "Ho bisogno di fermarmi" disse Sonia. "Al primo autogrill facciamo tappa". "Sarà meglio, ho la gola riarsa e una gran sete" proferì Antonio. Nel viaggio lunare sul lungo nastro scuro dell'autostrada solitaria, l'autogrill, con tutte quelle sue luci gialle e colorate, apparve quasi come un'isola, un satellite accogliente e ristoratore. Lince arrestò lo Squalo dinnanzi al bar. I quattro amici scesero dalla macchina seguiti da Sonia, gironzolarono per un po' all'interno dell'autogrill e si perdettero fra tutti quegli scompartimenti carichi di merci luccicanti ed invitanti. Lince e Lassie sorseggiarono un caffè, mentre Antonio e Gonzales acquistarono le sigarette. Ritornati all'esterno notarono due signore accanto alla Citroen che scandalizzate gridavano: "Una drogata! Chiamate la polizia". Altra gente accorreva. Sonia si era sparata una pera nella caviglia dopo aver inutilmente e ripetutamente cercato con l'ago una vena nel suo esile e candido braccino. Le signore l'avevano notata e avevano tentato di farla desistere dal suo proposito, ma lei minacciandole con un coltellino aveva loro gridato: "Fatevi i cazzi vostri vecchie galline.. Troie". Adesso Sonia giaceva riversa sul sedile posteriore dello Squalo e vomitava. Lince per primo si avvicinò a lei, l'alzò e sorreggendola la accompagnò fino al bagno sotto gli sguardi inorriditi di alcuni turisti vacanzieri che avevano assistito alla scena. "Che cazzo! Anche la tossica dovevamo beccarci" borbottò Lassie. "Ma come non ne sapevate niente?". Domandò Gonzales. "E che cazzo ne dovevo sapere io, manco sapevo che esistesse questa Sonia" mormorò Antonio. Lince tornò con sottobraccio la ragazzina, sembrava rincoglionita come uno zombi, la fece accomodare sul sedile anteriore e imitato dagli altri risalì in macchina. "Delinquenti, siete tutti dei delinquenti, rovinare una ragazza così giovane.. Ma avviso io la polizia". Gracchiò una delle due vecchie che aveva seguito la scena sin dall'inizio. "Ma vai affanculo brutta stronza" le gridò in faccia Lassie sporgendosi dal finestrino, mentre la Citroen ripartiva sgommando e in pochi attimi era tornata a correre a tutta velocità sull'autostrada. Lassie fabbricò un'altra canna, fumarono tutti quanti in silenzio, soltanto Gonzales continuava a ridere da solo come un idiota e di tanto in tanto per giustificarsi diceva: "Scusate sono fuori come un cavallo". Un traffico infernale li accolse a Rimini. Ingurgitarono rapidamente un hamburger mattonella in una paninoteca gonfia di luci, di gente accaldata e sudata, di odori e vapori. Sonia si era ripresa e mordeva tranquillamente un gigantesco panino. Lince si alzò e si diresse alla cassa per pagare, accanto al banco un tizio lo fissava. Si trattava di un giovane sui vent'anni, dal cranio completamente rasato; indossava una maglietta attraversata da due bretelle rosse che trattenevano un paio di jeans neri, calzava scarponi anfibi di tipo militare. Accanto aveva un altro tizio del tutto simile a lui, Lince inavvertitamente gli pestò un piede e questi prese a fissarlo con due occhietti piccoli piccoli e cattivi. Lince fece un cenno di scusa, ma il tizio continuava ad osservarlo con occhi feroci. Per nulla intimorito il freak si avvicinò al cranio rasato e gli mormorò in un orecchio: "Non te la prendere amico, qui siamo tutti fuori nello stesso modo". Il tizio, con un accento fortemente romano, replicò ad alta voce: "Fuori sarai tu sballone di merda". Lince fece un passo indietro mentre gli avventori del locale vicino a lui cominciavano prudentemente a spostarsi. "Mi pare di averti già chiesto scusa". Mormorò Lince. "Scusa un cazzo, voi capelloni fuori di testa non sapete far altro che chiedere scusa! Mi fate tutti schifo! Schifo e adesso fila". Lince non si spostava, non voleva offrire questa soddisfazione al suo interlocutore, l'umiliazione sarebbe stata troppo grande. Lo scambio di battute fu rapidissimo e pochi degli avventori della birreria si accorsero di quanto stava per accadere. Il romano dal cranio pelato imitato da un suo amico che conservava soltanto un rettangolo di capelli sul cranio, balzò addosso a Lince e lo colpì con una serie di pugni al volto. Lince si accasciò sul pavimento mentre i due continuavano a colpirlo. "Lince!" gridò Sonia che per prima si rese conto di cosa avveniva e si catapultò sui due pelati tentando di graffiarli. Scattarono anche Antonio e Lassie, ma ancor prima di loro si mosse un omone grande e grosso come un bue, dai capelli lunghissimi raccolti con un nastro a coda di cavallo; era l'uomo che nella stanza accanto al bancone della birreria si occupava di preparare i panini. In pochi attimi ristabilì la calma: i due ragazzi di Roma furono agguantati e strappati da Lince il quale si rialzò di colpo; il sopracciglio destro era tagliato e sanguinava abbondantemente. "Bastardo fricchettone! Quelli come te noi li bruciamo" continuava a gridare il pelato all'indirizzo di Lince il quale fece un passo avanti e gli sputò in faccia. Il romano sprizzò collera e a stento il proprietario della birreria lo trattenne mentre tentava di divincolarsi dalla sua ferrea stretta. "Ora fai il furbo perché c'è questo gorilla a difenderti" gridò il romano mentre alla parola gorilla si beccava un altro strattone. "Non ho paura di te" replicò Lince e seguì le due teste rasate all'esterno del locale dove l'omone le aveva scaricate
senza tanti complimenti. "Se non hai paura verrò a cercarti al vostro ritrovo di tossici, al Columbus, questa mattina alle sei". "Ci sarò" disse Lince, dietro di lui erano sopraggiunti tutti i suoi amici: Sonia, Lassie, Antonio, Gonzales. "Hai la macchina?" continuò il romano. "Sì". Il giovane romano si avvicinò lentamente a Lince e gli borbottò quasi sul naso: "Vedremo un po' se non sarai un vigliacco, tu e i tuoi amici sballoni. Te la senti di saltare l'Adriatica a tutta velocità?". "Che cazzo significa saltare a tutta velocità l'Adriatica?". "Si sceglie un bell'incrocio con semaforo e da una strada secondaria si taglia a tutta velocità la statale Adriatica quando il semaforo è rosso. Al mattino non c'è mai tanto traffico però..." aggiunse con un sibilo " le poche macchine che viaggiano corrono a tutta velocità..". "Lascia perdere Lince, lascia perdere" intervenne Lassie. "Che cazzo vuoi tu! Taci nessuno ti ha interpellato" ululò il romano, il suo fiato puzzava pesantemente di birra. "Ti aspetto al Columbus... Alle sei". Disse semplicemente Lince, si sentiva molto tranquillo mentre parlava. Il pelato seguito dal suo amico balzò su una Bmw nera parcheggiata dall'altra parte della strada, partì sgommando, manovrò rapidamente per cambiare direzione e transitò dinnanzi a Lince osservandolo con lo sguardo cattivo di poco prima, poi scomparve fra le luci e il traffico. "Non farlo Lince, non farlo", disse Sonia con un filo di voce appoggiando le sue labbra all'orecchio di lui mentre gli applicava teneramente un cerotto sul sopracciglio. Lince era poggiato alla sua auto. "Perché no, potrebbe essere divertente". "Tu sei pazzo". "Tu no? Perché ti fai? Non mi dire che non sai che quella roba col tempo ti uccide, comunque grazie per avermi aiutato prima". Per un po' nessuno parlò più. Risalirono in macchina, attraversarono Rimini Alta fra il traffico intensissimo e la miriade di luci che a quell'ora si sprigionavano nella capitale italiana del divertimento; mezzanotte era trascorsa da pochi minuti. Lasciarono Rimini, superarono un'immenso incrocio illuminato da luci gialle che tagliava la statale Adriatica, oltrepassarono un cavalcavia e pochi minuti dopo deviarono in una strada più stretta situata sotto una collina, qui iniziava una lunga fila di automobili parcheggiate sul ciglio della carreggiata: molte Dyane 6 dipinte in modo bizzarro, Renault 4 piene di adesivi, Due Cavalli scassate e vecchie Citroen Ds. Giovani dai lunghi capelli si avviavano per quella strada in ascesa, già si poteva udire la musica della discoteca piazzata in cima alla collina. La Mecca era un ritrovo di sballati, capelloni, freak e anche drogati. Lince parcheggiò lo Squalo sotto la collina accanto alle altre auto. I quattro amici accompagnati da Sonia s'incamminarono verso il primo cancello della discoteca. Qui ragazzi e ragazze erano numerosissimi; per la stragrande maggioranza: capelli lunghi e barbe non rasate i ragazzi, jeans stracciati azzurri, camicie indiane, borsette di cuoio, medaglioni e orecchini; a volte era difficile individuare il sesso dei personaggi di quel luogo data la generale lunghezza dei capelli. Molte ragazze indossavano pantacollant aderentissimi, minigonne e corpetti in renna che coprivano appena le parti intime, stivali alti spesso sopra il ginocchio, occhi truccatissimi, labbra di un rosso o viola intensissimo. Numerose persone erano sedute su un lungo muricciolo adiacente l'ingresso del parco della discoteca, altri in piedi facevano capannello. I cinque, partiti da Piacenza, giunsero sino alla biglietteria che era una specie di chiosco. Pagato il biglietto entrarono nel grande parco sottostante il locale vero e proprio, qui erano parcheggiate ancora numerosissime automobili, Vespe con targhe provenienti da tutt'Italia, tutte avevano qualche cosa di stravagante, di originale, pareva di essere ad un raduno, anzi lo era. I fricchettoni pullulavano fra i banchetti degli hippy che vendevano collanine, bracciali, orecchini, chilom e narghilè per fumare, safi e tanti altri oggettini, tutto rigorosamente fatto a mano. I freak erano ormai fuori moda, i paninari stavano per prendere il sopravvento, ma loro ancora si ostinavano a calzare scarpe Clark scamosciate, jeans cosiddetti "acqua in casa" perché strettissimi terminavano sopra la caviglia o jeans a "zampa di elefante" che al contrario dei primi quasi coprivano la scarpa. Fra questa gente era più facile stringere nuove amicizie, tutti parevano assai disponibili, insomma non avevano la "puzza sotto il naso" come in certe discoteche dove per essere "in" e avere successo con le donne è necessario avere un vestito molto elegante e un'automobile costosa; alla Mecca era sufficiente un paio di vecchi jeans, una maglietta e un sacco a pelo. Nel parco, Lassie, per primo, notò un tizio mezzo sdraiato su una grossa motocicletta: "Ehi! Ma quello è Lupo" disse Lassie sgomitando gli amici e subito scattò di corsa gridando: "Lupo, Lupo". Lupo alzò lentamente il capo dalla sua Guzzi California tramutata in chopper, aveva un viso bruciato dal sole e incorniciato da lunghi capelli, barba e baffi. Non si era ancora tolto il giubbotto di pelle nera coperto di polvere, doveva essere arrivato da poco. Come si accorse degli amici che sopraggiungevano balzò dalla motocicletta e corse ad abbracciare Lassie e tutti gli altri. "Questa sera c'è anche Chicco" disse Lupo dopo i saluti. "Chicco? Dov'è?" domandò Antonio. "Un momento fa era qui intorno con la sua fidanzata". "Sarà andato a cercare del fumo" commentò Lassie. "Quando sei partito da Piacenza?" domandò Lince a Lupo. "E chi si ricorda. Sono fuso, ricordo di aver corso per tutta la via Emilia, odio le autostrade, le autostrade in moto sono un non viaggio" rispose quest'ultimo. In quel momento sopraggiunse Chicco con la sua fidanzata, Carla. Chicco era un tizio sui trent'anni, aveva i capelli a boccoli, lunghi fino alla cintura dei pantaloni, era un parmigiano, abitava a Colorno, la sua ragazza invece era piacentina. Dopo gli abbracci e i saluti tutto il gruppo si sedette in circolo accanto ad una Dyane 6 verde, senza portiere e si fumò allegramente due chilom di marijuana. "Che zuffa lo scorso anno al Columbus contro i punk*, ti ricordi Chicco?" domandò Antonio. "E come no? Fu proprio il pomeriggio di Ferragosto un gran casino" replicò Chicco. "Qualcuno tornò con l'occhio nero" rise Gonzales. Carla non parlava, teneva gli occhi bassi. Antonio le si avvicinò e le domandò: "E Cristina?". "Cristina.. e chi l'ha più vista, da quando si è messa con quello stupido tutto muscoli che si è bevuto il cervello in una palestra..". "Chicco sei un vero pezzo di storia, un reduce del '68 quasi, un vero hippy, ma quando te li taglierai quei capelli, non cambierai mai" disse Gonzales. "E passami quel chilom" gli strillò Lassie. "Non sono un hippy" disse Chicco, aspirò una boccata dal chilom e poi riprese: "Sono un fricchettone, c'è differenza, chi è hippy fa una scelta di vita, è hippy ventiquattro ore su ventiquattro, i freak sono freak solo nei fine settimana quando si sconvolgono, durante gli altri giorni lavorano o studiano o cercano di lavorare o studiare, insomma, in qualche modo sono ancora inseriti nella nostra società. Gli hippy hanno tagliato tutti i ponti, si fanno soltanto i cazzi loro.. Non so se mi sono spiegato". "Non ti sapevo filosofo" disse Lince con un sorriso. "Dì un po'.. Lince" proseguì Chicco prendendo sottobraccio l'amico, "ho saputo che vuoi partecipare a quella gara... Quel salto..". "Ehi! Non starai per farmi la predica... proprio tu..". "Sì, forse sono la persona meno adatta, ma perché? Mi domando perché fare una cosa del genere? E per cosa poi!". "Non lo so, non so.. Lasciami in pace anche tu. Pare che tutti quanti questa sera non abbiano in mente che quel salto e di farmi cambiare idea". Lince scattò in piedi nervosamente e si allontanò seguito, dopo pochi istanti, da Sonia. Dopo un'ultima mega fumata, il gruppo si diresse all'interno della discoteca, nessuno commentò più quanto Lince aveva deciso di compiere. Un tizio del personale del ballabile stampava con un timbro, sul braccio di tutti quelli che entravano, uno strano disegno. Chi era timbrato poteva girare liberamente fra la discoteca e il parco dove poteva fumarsi le canne in santa pace. Finalmente erano dentro, la musica afro-funky suonava ad un volume stratosferico. C'era una confusione pazzesca e fra la ressa ci si muoveva lentamente. La discoteca disponeva di tre piste: una rialzata più piccola, una in centro più grande e una terza sull'angolo sinistro, in fondo al locale. C'erano due bar perennemente affollatissimi, nell'intera costruzione spiccava il colore bianco: muri bianchi e panche bianche di cemento dove sedersi, lo stile ricordava quello orientale come prometteva il nome del locale, le luci psichedeliche ruotavano forsennatamente sprizzando a tempo di musica miriadi di colori da ogni parte: sui muri, sulla pista gremita di ragazzi e sui corridoi ai lati del locale. Il soffitto era un telone a strisce gialle e arancioni. Lassie e Gonzales si diressero immediatamente al bar, gli altri in pista a ballare in una bolgia totale. Il disc jockey in quel momento alla consolle era un tizio che si faceva chiamare Peri. Quando Lassie e Gonzales raggiunsero gli altri in pista a ballare erano completamente ubriachi e sballati, si reggevano uno con l'altro. Gonzales aveva un alito pestilenziale e continuava a ripetere: "Lecca lecca la bistecca" e altre frasi sconnesse che aveva udito raccontare al banco del bar da un tizio che dicevano chiamarsi Farina di Lodi per via dell'esagerato uso di certe sostanze. Infine sia Gonzales che Lassie scivolarono sul pavimento fra le gambe di chi ballava insozzandosi completamente. Gonzales ormai incontrollabile cominciò a rotolarsi sghignazzando per tutta la pista, poi tentava di parlare a chiunque gli capitasse a tiro. Un tizio che aveva ormai oltrepassato la trentina, scheletrico, piccolotto, senza denti, con i capelli riccioli, così lunghi, ispidi e malcurati da sembrare un enorme cespuglio, balzò in pista con in pugno un boccale di birra mezzo pieno; aveva indosso soltanto un paio di pantaloncini corti, al collo gli penzolava un enorme medaglione raffigurante un drago; afferrò per un braccio Gonzales e i due scomparvero nella ressa saltellando e sghignazzando ubriachi fradici. Intorno alle quattro del mattino il locale cominciava a svuotarsi, Chicco e Carla se n'erano già andati. Gonzales dormiva accanto ad una cassa che sprigionava musica a migliaia di watt. Antonio e Lassie osservavano una mezza rissa che si era scatenata nei bagni allagati di acqua fetida. Due ubriachi si azzuffavano nell'acquaccia alta quasi due dita, nessuno interveniva per separarli. Lince e Sonia avevano perso i loro sguardi nel panorama che si poteva vedere dal lato destro della discoteca situata sulla cima del colle. I loro occhi spaziavano sulla miriade di luci della costa adriatica; tanti lumini nel buio della notte, bianchi, gialli, qualcuno anche rosso o verde. Dove terminava la linea di luci vi era il mare nero e cupo. Lontano, lontano, nel buio dell'enorme massa di acqua, il lume di qualche peschereccio, più su nel cielo pullulavano migliaia di stelle. Quando la Mecca cessò di sparare al cielo musica afro, era quasi l'alba, Lince teneva stretta fra le sue braccia Sonia addormentata. Tre ombre silenziose giunsero dietro di lui, erano Antonio, Lassie e Gonzales sporco e puzzolente. "Lupo ci aspetta al Columbus, potremo vedere l'alba tutti insieme, ci sarà anche Chicco" disse Antonio. Lasciata la Mecca insieme alle ultime auto dei freak, lo Squalo bordò percorse la statale Adriatica, a quell'ora semideserta e in meno di venti minuti erano a Riccione. Attraversarono viale Ceccarini ancora pieno di automobili e di gente. In fondo al viale più famoso di tutta la costa adriatica c'era piazzale Togliatti, chiamato dai freak anche Columbus, affacciato con un'enorme spiaggia libera sul mare. Questo piazzale durante la notte si trasformava in un noto ritrovo di saccopelisti, capelloni, freak, sballati, sbandati, drogati, nottambuli e balordi di ogni genere. Il Columbus era sempre pieno di questa gente, soprattutto nelle ore che precedevano l'alba, molti erano i personaggi incontrati qualche ora prima alla Mecca con le loro auto scassatissime cui si erano aggiunti altri tipi strampalati. Scesi dallo Squalo i cinque amici udirono un continuo, paranoico e ritmato tam tam: erano i bonghi, ce n'erano parecchi nel grande piazzale e la loro eco non cessava neppure per un istante, c'erano anche voci di canti e note di chitarra; attraversarono il piazzale gremito di gente assurda e raggiunsero la spiaggia. Moltissimi dormivano avvolti nei loro sacchi a pelo, altri dormivano sui lettini sottratti alle spiagge private. Un tale con indosso una semplice canottiera, nonostante il fresco pungente delle prime luci dell'alba, dormiva sulla fredda sabbia con la testa poggiata su una bottiglia di plastica. I più erano svegli, in piedi o seduti, volti a oriente dove già il cielo cominciava a schiarire all'orizzonte tingendosi di violetto. Tre ragazze nude facevano il bagno nelle acque quiete e spruzzate di un colore rosato. "Toh! Ancora Farina di Lodi" mormorò Lassie e rise di gusto subito imitato da Antonio. Farina di Lodi, in sella ad una bicicletta da donna, pedalava sul bagnasciuga in direzione dello sperone di Gabicce. Le onde lo facevano barcollare peggio di un ubriaco; dopo un centinaio di metri cadde nel mare con la bicicletta che aveva sgraffignato chissà dove. Chicco, Carla e Lupo si erano aggiunti al gruppetto che continuava ad osservare assorto l'alba. Lince, un po' in disparte, baciava Sonia. Lassie preparò un'ennesima canna, ma questa volta invece di accenderla la infilò in un taschino della sahariana di renna.
Il tizio pelato, dal rettangolo di capelli sul cranio, giunse come dal nulla, si avvicinò a Lince, lo sfiorò sulla spalla con una mano e senza guardarlo negli occhi mormorò: "Il mio amico ti sta aspettando sul piazzale". Lince lentamente alzò il braccio dal collo di Sonia e dopo aver gettato uno sguardo ai suoi amici, seguì il romano. Chicco corse accanto a Lince e afferratolo per un braccio gli disse ancora: "Ma sei impazzito? Non vorrai farlo davvero". "E lasciami!". Sibilò stizzito Lince. "Senti, se lasci perdere, giuro che mi taglio i capelli, ne faccio una lunga treccia e l'appendo al muro della mia stanza con un chiodo". Lince sorrise dolcemente e raggiunse la sua auto seguito da tutti gli altri. Un centinaio di ragazzi si apprestava ad osservare il numero mortale. La voce si era sparsa chissà come e chi fra il popolo della notte ne era venuto a conoscenza, non avrebbe mai perso l'occasione per seguire da vicino un simile spettacolo. Una cinquantina erano fricchettoni che in silenzio osservavano la strada, l'altra metà erano quasi tutti paninari dai capelli impomatati, indossavano bomber e calzavano scarponcini Timberland anche se era piena estate. Lo Squalo e la Bmw erano uno di fianco all'altra su una strada laterale che a circa ottocento metri dall'incrocio tagliava in due la statale Adriatica scendendo quasi in rettilineo da una tonda collinetta. Il pelato, seduto sul cofano della sua auto, rideva continuamente, senza mai fermarsi, di un riso isterico; il suo amico sedeva accanto al posto del guidatore, era silenzioso e il suo sguardo preoccupato. "Attento Lince, quei due sono fatti di coca", bisbigliò Sonia nell'orecchio del giovane che ai suoi occhi era ormai divenuto una specie di eroe. Lince scrollò le spalle. "Amico mio" gli disse Antonio "stai per fare una stronzata di cui potresti pentirti per tutta la vita".
"Vuoi dirmi che non salirai in macchina accanto a me?". "No di certo". "Allora potevi restartene con Lupo e Chicco accanto al semaforo a goderti con tutti gli altri lo spettacolo". "Ma che c'entra Cristo! Lince ho paura, ho una paura maledetta". "Anch'io ho paura, ma vorrei che venissi con me". "Porca puttana Lince, tu non sei Mad Max, il tuo vecchio Squalo non è l'ultimo Interceptor e noi non siamo nelle Terre Perdute, ma a Rimini...". Lince sorrise: "Bello quel film! L'abbiamo visto insieme ricordi?". "Aho!!" li interruppe il romano che si era portato al volante della Bmw e con il piede premeva l'acceleratore. "Siamo quasi pronti" gli gridò di rimando Lince. Sonia scattò e si sedette al suo fianco, Lince non tentò neppure di farla desistere dal suo proposito. Lassie estrasse la canna dal taschino: "Tieni questa ti farà bene" e mentre parlava la porse a Lince, lo fece accendere e attese di tirare a sua volta una boccata, poi salì dietro a Lince imitato da Antonio che ruppe ogni indugio. Lince sorrise, si grattò il cerotto applicato sul sopracciglio, girò la chiave nel quadro e il vecchio motore prese a girare, le sospensioni idrauliche alzarono lentamente la parte posteriore della macchina. "Tu non vieni?" domandò Lince a Gonzales. "Porca puttana, non me la sento più..." mormorò Gonzales "credo che scenderò dalla collinetta a piedi". Accanto al semaforo Lupo, Chicco e Carla si accesero una sigaretta ciascuno; Lupo era accoccolato sulla sua motocicletta, tutti i presenti osservavano spasmodicamente la scena. Chi fumava, chi masticava gomma americana, chi si mordeva le unghie, mentre di tanto in tanto qualche mezzo sfrecciava velocissimo sull'Adriatica. Gonzales si terse la fronte sudata con un fazzoletto mentre osservava le due auto che si preparavano a partire. "Partiremo quando scatta l'arancione, soltanto così potremo affrontare l'incrocio con il rosso pieno". Gridò il pelato. Lince compì un lento movimento di assenso con il capo. Allo scatto dell'arancione le due automobili morsero con le gomme l'asfalto e guadagnarono velocità. La Bmw era in leggero vantaggio, lo Squalo seguiva mentre la velocità aumentava. Davanti a loro, appena più sotto, l'incrocio. Non si poteva vedere chi arrivava dall'Adriatica a causa di un folto raggruppamento di alti alberi. A trecento metri dall'incrocio la stradina deviava lievemente sulla sinistra, la Bmw sbandò leggermente e perse terreno, lo Squalo piombò per primo sull'incrocio affrontandolo a centocinquanta chilometri orari; il semaforo rosso davanti a loro, la parte posteriore della macchina, a causa della forte velocità e della leggera pendenza in mezzo all'incrocio, toccò l'asfalto sprigionando una nuvola di scintille gialle e azzurre. Lince era teso come una corda di violino. Antonio si sentiva lo stomaco in bocca, un po' come essere sull'otto volante, Lassie ad occhi sgranati guardava fisso il semaforo. Sonia che fino a quel momento si era nascosta gli occhi con le mani, ma in realtà guardava tutto sbirciando fra le dita, strillò con quanta voce aveva: "Cazzo che flash! Questo salto è meglio di una pera". Superato l'incrocio udirono uno schianto tremendo, Lince fece appena in tempo a gettare un'occhiata nello specchietto retrovisore per vedere la Bmw schizzare come un razzo verso il cielo. Una Mercedes l'aveva centrata in pieno. Lince accostò al ciglio della strada lo Squalo e i quattro occupanti balzarono sulla strada stravolti. I pezzi della Bmw giacevano sparsi su una distanza di circa cinquecento metri. L'autista della Mercedes era rimasto imprigionato fra le lamiere del suo mezzo rovesciato su un lato a una sessantina di metri dall'incrocio. Gemeva e ancora si muoveva. Lupo partì rombando sulla Guzzi in cerca di soccorsi. Chicco fece altrettanto allontanandosi con la sua Dyane insieme a Carla e Gonzales. I corpi sanguinolenti, senza vita, dei due ragazzi di Roma giacevano riversi sul ciglio della strada a cento metri di distanza dal pezzo più grosso di quello che rimaneva della Bmw. Tre "gazzelle" dei carabinieri, una autoambulanza, un camion dei pompieri, due motociclette della polizia, sostavano sull'incrocio della sciagura.
"Lei venga con noi, credo che ci debba delle spiegazioni" disse un carabiniere a Lince prendendolo sottobraccio. Lince lo seguì sino all'Alfa. Il militare lo fece accomodare sul sedile posteriore, poi gli si sedette accanto e chiuse la portiera. "Vengo con te, vengo con te" gridava Sonia con le lacrime agli occhi, mentre batteva i pugni sul vetro del finestrino dell'Alfa. Lince la guardava tristemente, poi la macchina partì a sirene spiegate. "Quella è la ragazza fuggita di casa". Disse un maresciallo dell'Arma ad un altro militare, mentre adocchiava la giovane con un cenno del capo. "Sì è quella minorenne di Piacenza, la descrizione corrisponde e corrisponde anche la Citroen con cui è stata vista allontanarsi, è quella lì, quella bordò". Replicò l'altro militare indicando la Citroen. In breve anche Sonia fu caricata su una "gazzella", si dibatteva e strillava con quanto fiato aveva in corpo fra le divise azzurre dei carabinieri, ma non servì a nulla, anche la seconda "gazzella" partì a sirene spiegate. I pompieri con l'aiuto della fiamma ossidrica liberarono il corpo dello sventurato autista della sua Mercedes che messo su una barella fu portato sino all'autoambulanza, la quale ripartì a sua volta lacerando il cielo con l'urlo della sirena. I due poveri corpi dei ragazzi erano stati coperti con un telo bianco. "Circolare, circolare, non c'è più nulla da vedere". Così ripetevano i poliziotti ai primi autisti mattutini che in prossimità dell'incrocio rallentavano e infilavano la testa fuori dai finestrini per guardare cosa fosse accaduto. Anche il popolo della notte andava disperdendosi, chi prendeva una direzione, chi l'altra. Antonio seduto sopra una pietra miliare scuoteva lentamente il capo. Lassie accanto a lui gli teneva una mano sulla spalla e lentamente fumava una sigaretta. La notte se n'era andata portando con sé tutti i personaggi e le storie che la nutrivano. Il sole splendeva ormai alto e, quella, prometteva di essere una giornata di Ferragosto assai calda. Sulle spiagge affollate le mamme osservavano con occhi vigili le giovanissime figlie che in costume prendevano l'abbronzatura a cui tenevano tanto. I bambini costruivano castelli di sabbia in riva al mare.
“racconto tratto dal libro Lungo la via Emilia, editore blu di Prussia 1985”



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