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il Castello di Sant’Antonino a Piacenza

"di Padre Andrea Corna"


topografia del Castello da un disegno di Bartolomeo Fumo da Villò


Governavano la città di Piacenza, nel 1337, Iacopo Canti da Firenze e Guiscardo Lancia da Grumello, nobile bergamasco, pel Visconte, con titolo di Podestà. Azzo, non credendo sufficienti le fortezze esistenti in città per rendersi sicuro del dominio di essa, sia per carattere leggero degli abitanti, sia per timore dei nemici, dispose che si fabbricasse un castello fortissimo presso la porta di S. Antonino. Quando Ottone Terzi fu proclamato Signore di Piacenza, nel 1404, essendo i Piacentini stanche del dominio del duca, fece innalzare un gran vallo attorno la Cittadella e il Castello di S. Antonino, per timore che la guarnigione del duca, essendo ancora questi padrone delle fortezze, uscisse di notte e si riprendesse la Città. Ma nel 1406 il Terzi, sentendo che il Conte Facino Cane veniva contro Piacenza, se ne fuggì a Parma, mentre senz’alcun ostacolo Facino entrò in città con 9000 cavalli; la saccheggiò e la tenne per sette mesi. Non potendo avere con l’inganno la Cittadella, vi pose assedio; e, conquistatala, Facino si fece proclamare Signore di Piacenza, invece del Duca, nel di cui nome diceva di essere venuto; ma poi non potendo prendere il Castello di S. Antonino se ne partì. In seguito il dominio della città con alterna sorte fu tenuto da Facino e da Ottone Terzi a nome del duca discacciandone il presidio ducale. Ma gli umori del duca verso Ottone presto si cambiarono e lo spogliò di qualsiasi comando. Dopo varie peripezie, la città venne in mano di Giovanni da Vignate, signore di Lodi, il quale aveva in Vicario di Piacenza Bassano de Caxetis di Lodi, Giovanni da Vignate, detto Gannino, acquistò il Castello di S. Antonino al prezzo di 9000 fiorini dagli Scoti, Barattieri ecc., che lo avevano tolto al Lemeingre luogotenente del duca. Trovandosi nel 1492 re Sigismondo in Italia, Giovanni gli offrì il possesso di Piacenza. Venne il Re a Piacenza e promise a Giovanni che gli avrebbe restituito la città e le fortezze entro un anno, ed intanto fece fortificare il Castello di S. Antonino. Credette il Vignate, nel depositare Piacenza nelle mani del re dei Romani, di accrescere le sue ragioni sopra il possesso di una città dipendente dal R. Impero; ma anche il re fu spogliato di Piacenza da Bartolomeo Arcelli in nome del duca; sebbene il Castello di S. Antonino non si arrendesse allora, difendendosi a nome del re dei Romani. Questi scrisse agli Scoti di Castell’Arquato che portassero soccorso ai difensori del Castello di S. Antonino; ed il Marchese di Monferrato indirizzò agli Scoti da Cogni questa lettera: “siate certi che il Seren. Re sig. nostro e Noi ci curiamo di provvedere al soccorso del Castello di S. Antonino, siccome cosa conveniente all’onor nostro..” Ma non bastavano le parole, senza lo spedire le milizie, onde il Re scrisse ancora agli Scoti: “Fra breve ci recheremo nelle parti di Lombardia; tenetevi preparati colle vostre genti per darci aiuto. Confortate e animate Oddonino e gli altre che sono nel Castello di S. Antonino e con segni e falò fategli sperare pronto soccorso”. M a il Castello fu costretto ad arrendersi ai 6 di giugno; ed il 16 scriveva al re: “Avendo intesa la sforzata dimissione di quelli che erano nel Castello di S. Antonino, a cui non potemmo prestare opportuno sussidio, accorseci diverse altre perdite, non possiamo non commentare la vostra fedeltà e costanza; ed insieme approvare quanto avete operato contro i nostri nemici.. Vi significhiamo di mandare a noi tutte le nostre genti, avendo deliberato di trasferirci subito in Lamagna, di dove ancora per queste parti ci moveremo alle calende d’agosto, con tanta e tale potenza da atterrire i nostri nemici..” Dovea dire alle calende greche che non vengono mai!.. Essendo rimasto padrone di Piacenza il duca, gli Arcelli, nel 1415, persuasi che il duca non avesse abbastanza forze per sottometterli, pensarono di farsi Signori della città; perciò il 21 d’ottobre s’accostarono di nuovo ad essa e la notte s’impossessarono di Piacenza,eccettuato il Castello di S. Antonino; e se ne fecero Signori. Ma non passarono molti giorni che, per trattato, ebbero anche il Castello. Nel 1447 i Piacentini, inteso come i milanesi stanchi del troppo gravoso governo del defunto duca Francesco Sforza, avevano gridato”Viva la libertà” e presa la determinazione di reggersi a Repubblica, essi pure s’invogliarono di rimettersi nell’antica loro indipendenza; elessero 15 Consoli interinali per governo della città, cacciarono fuori dalle fortezze i presidi ducali, bruciarono i libri delle taglie e del sale, proprio come si farebbe presentemente, e smantellarono le mura e le fortificazioni esteriori al Castello di S. Antonino. Il popolo è sempre popolo.. In quel momento non pensava che le mura e le fortificazioni distrutte sarebbero state rifabbricate a sue spese!.. Finita, dopo due o tre giorni, quella gazzarra, i nostri padri si posero la domanda a chi si dovesse sottomettere.. Erano così abituati a vivere schiavi, sotto il giogo di tutti, che non ebbero neppure un lucido intervallo d’intelligenza per affermarsi liberi da ogni potere esterno; anzi, posero il quesito a qual padrone si sarebbero prostesi, per servirlo umilmente!.. Chi voleva il giogo di Venezia, chi propendeva per Milano; altri volevano aspettare invece come si sarebbero delineate le cosi di Milano, e, a seconda dell’esito di quelle, decidersi. Prevalse, pare, il parere di Alberto Scoto, si assoggettarono alla dominazione Veneta.. e subito milizie della Repubblica entrarono in città. I Milanesi proclamarono loro capitano il Conte Francesco Sforza di Cotignola; il quale, ricuperato a Milano vari luoghi contro Venezia, decise anche la presa di Piacenza. Fu subito posto assedio alla città, che era difesa dai veneziani e da molti valenti capitani; ma questa dovette arrendersi; e Giacomo e Francesco della Seggiola, conti di Piazzano, sospetti di corrispondenza cogli assediati, furono ambedue appiccati ai merli del Castello di S. Antonino, il che bastò, perché molti ribelli celatamente si fuggissero la notte seguente a Milano; mentre altri si nascosero nella Rocca di S. Antonino, che poscia abbandonarono per portarsi in più spirabili aree!.. I rimasti s’arresero al Conte Sforza, cui furono consegnate la Cittadella, la Rocca di S. Antonino e presentate le chiavi della città. Sebbene questa fosse quasi sempre in preda alle dissensioni interne, ora perché i contadini volevano assoggettare la città, tutti i cittadini, “nemine discrepanti”, mossi dalla paura, si decisero nell’aprile 1462 a metterla in istato di miglior difesa, scavandone più profondamente le fosse,riparandone le mura in molti luoghi diroccate o cadenti; e non merli e torri d’ogni intorno munendole. Anzi, il duca stesso comandò a Serafino da Lodi, ufficiale ducale, che facesse rifabbricare e ridurre nel primiero stato di Fortezza lo smantellato Castello di S. Antonino, il quale oramai non serviva più al suo scopo, il che fu dall’uffiziale eseguito puntualmente. Sotto il pontificato di Clemente VII dé Medici, fu deciso di costruire una cinta più ampia della città, che sarebbe l’attuale, e questa costruzione venne incominciata il 9 marzo 1526, governando la città Mons. Bartolomeo Ferratino, sotto la direzione degli architetti Bartolomeo Pandola, Vincenzo Vitali piacentini, e Pier Francesco di Viterbo; nella nuova cinta era intercluso certamente il Castello di S. Antonino. Quando nel 1543 venne a Piacenza Papa Paolo III F arnese, gli Anziani gli chiesero di poter distruggere il Castello di S. Antonino e ridurre così la città secondo il disegno di Pier Francesco da Viterbo. Da questo si può dedurre che il piano regolatore, proposto fin dal 1526 dal detto Architetto, non fosse stato ancora eseguito, essendo su ciò sempre indecisa la volontà dei Pontefici. Difatti il cronista, Villa scrive: “Essendosene per avante più disputato per li Legati, et Gubernatori, che erreno in Piasenza per il Papa, utrum il Castello de Sancto Antonino per sicurezza dil Stato de la Gesia, per essere fatto uno disegno e dato prinzipio di fortificarlo, stasasse bene, o no; con elergase, che a la morte de uno Papa, il Castellano, che se li trovasse, haveria potuto dare dito Castello, che signorigiava la Cità in man de altro Principe; et tanto più per essere nuii ala confina, et la Cità forte; con consentimento de Papa Paulo Terbio, obligandosene la Comunità nostra de metere la materia, che è in dito Castello, in opera a fare in Cittadella vecchia, apreso la porta de Fuxusta, caxe per alogiamento de soldati cussi cavalo, como da piede, qualle stavano a la guardia de dita Cità, s’è comenzato a ruinare dito Castello”. Ed infatti, l'Anzianato, nel 1543, aveva incaricato i Fabbricieri addetti alla costruzione dei bastioni e baluardi della città secondo il disegno di Pier Francesco da Verbo che avessero a tener conto preciso e ad aver cura delle molte ferramenta, tavole di legno, travi, ecc., che erano in quel Castello; e nel 1547 gli stessi Anziani nominavano una commissione per fare i conti con tutte quelle persone che avevano avuto cura della materia cuiuscumque generis provenuta dalla demolizione. Nel 1552 però l’area era ancora ingombra di molte macerie e non era stata spianata per le molte spese a ciò occorrenti: nel 1554 si trova mandato di vendere ai Canonici Regolari di S. Agostino e ad altri, nonché al dott. Pier Francesco Mancassola, il Guasto, cioè il sito esistente presso il luogo, ove sorgeva il predetto Castello di S. Antonino, Dal che risulta che la distruzione del Castello di S. Antonino non avvenne con l’intenzione di erigerne uno nuovo e più forte, il che fu fatto da Pier Luigi Farnese, ma perché, come dicono le Provvigioni degli Anziani 5 gennaio 1543: attendentens quod utile sit Civitati, et etiam statui Ecclesiae, per la ragione detta dal Villa, demolitio arcis vulgariter nuncupatae il Castello di S. Antonino, una cum quidam Torrioncello extra moenia dictae Arcis: et ita fabbrica Civitatis reducatur ad formam datam per Petrum Franciscum de Viterbo etc. Dunque, soltanto per eseguire il piano regolatore della città, fatto dall’Architetto Pier Francesco da Viterbo, nel quale piano non era incluso la costruzione del nuovo Castello di S. Antonino, fu il vero motivo della distruzione del glorioso Castello di S. Antonino. Nell’area lasciata libera dalla distrutta rocca, ai 7 marzo 1545 si cominciò a tenere il mercato del bestiame.
Ecco la vera topografia del Castello, come si ha in un manoscritto del maestro Bartolomeo Fumo da Villò della biblioteca comunale fra i mss. Pallastrelli.
(di Padre Andrea Corna-unione tipografica piacentina 1913)



avanzi del Castello di Pier Luigi Farnese

le Fortificazioni di Piazza
“di Valeria Poli"

Durante il dominio visconteo sulla città di Piacenza, iniziato nel 1313, l'asse di intervento privilegiato sembra essere quello ad andamento nord-sud attraverso la realizzazione di tre fortificazioni. Si tratta della cittadella di Fodesta a nord, costruita nel 1315 e ricostruita nel 1389, e il castello di S. Antonino a sud iniziato nel 1337. Meno conosciuta è la realizzazione della terza fortezza in posizione baricentrica, iniziata nel 1339 e proseguita nel 1347, definita portoni di piazza. La fortificazione, a partire dalla realizzazione del torrazzo (l'attuale Dado), correva lungo via Garibaldi, via Cavalletto, via Mentana-via Mazzini, via Mandelli, via S.Marco, via Romagnosi, via S. Pietro, via Felice Frasi, via S. Antonino. Tre erano i portoni: uno in via Mazzini fra la chiesa dei SS. Giacomo e Filippo e via Mandelli, l'altro in via Romagnosi all'angolo di via Cavour dove si trovava la chiesa di San Protaso e il terzo verosimilmente al quadrivio di via S. Antonino, Corso Vittorio Emanuele, via Garibaldi. Si tratta di una struttura che, paragonabile allo sta in Pace realizzato a Parma nel 1336, è da ritenersi come una estrema difesa del centro politico, commerciale e religioso. Nel corso del XV e XVI secolo, si registrano numerose richieste di interventi alle “porte della piazza” che si chiede di ricostruire e che risultano eliminate solo nel 1530, mentre già nel 1370, secondo Luciano Scarabelli, erano state eliminate le cortine. Il torrazzo di piazza, restaurato in più occasioni nel XVI secolo, viene utilizzato come torre dell’orologio dove venivano dipinte le “armi”, ossia lo stemma, di chi deteneva il potere sulla città. Nel 1607 la torre, che doveva essere alta quanto il torricino del palazzo comunale, viene abbassata per motivi statici determinando la necessità di spostare la campana sul palazzo comunale. Al piano terreno, tra XVII e XIX secolo, sono documentate botteghe e già, prima del 1863, il torrazzo viene inglobato nella costruzione moderna, nelle forme attualmente visibili, detta ancora oggi il Dado.
(V. Poli, Romanico e Gotico nell’architettura medioevale a Piacenza 997-1447, 2005)


particolare della piazza in una incisione del XVII secolo


la piazza Cavalli verso la via XX Settembre
fine XIX secolo - foto G. Milani