penna

gli Ambulanti di un Tempo

“di Giorgio Vecchi”

Fino alla metà del secolo scorso furono attive in città numerose figure di venditori ambulanti dall’aspetto bizzarro e dal linguaggio pittoresco. Tralascerò di soffermarmi sul più popolare di essi, Ciotti, perché ho pochi ricordi di lui sebbene abbia avuto l’occasione di vederlo varie volte per strada. Di piccola statura, tarchiato, un po’ curvo, era il Ciotti anziano degli ultimi anni, infagottato in quei suoi abiti logori da vigion con l’inseparabile cesto dei limoni e il consueto repertorio di feroci e lapidarie imprecazioni. Prima del 1950 davanti all’Albergo Roma c’era il Mercato Coperto, di cui ho uno sbiadito ricordo. Si trattava di un edificio imponente dallo stile decisamente Liberty che funzionava già dalla fine del secolo precedente.Dentro le sue capaci navate si allineavano i banchi che vendevano un po’ di tutto.


veduta del mercato coperto

Ricordo una vecchia ambulante che forniva saltuariamente al Roma ortaggi e frutta sebbene vi fosse un fornitore ufficiale. Era il negozio di Peppino Fariselli, che veniva appena dopo il Mercato Coperto verso via Cavour, quasi di fronte all’altro negozio concorrente di Malchiodi che stava a lato dell’Hotel Croce Bianca. La vecchina si chiamava Margherita e forse non era tanto anziana come pareva a me fanciullo. Rivedo come se l’avessi davanti agli occhi la sua figura bassa e grassoccia dal volto ovale allungato, assai più di un’ombra di peluria sul labbro superiore e sul mento, folti capelli stopposi ormai quasi bianchi trattenuti a crocchia da numerosi piccoli pettini, sempre infagottata in uno scialle nero che le cadeva abbondantemente sulle spalle un po’ curve. Talvolta i camerieri del Roma se c’era un’emergenza andavano al suo banco e le compravano la frutta e la verdura necessaria. Spesso era lei ad entrare nel grande cortile dell’hotel con una cassetta di prodotti che depositava in cucina; si soffermava un momento a scambiare quattro chiacchiere con mio zio cuoco poi lesta se ne tornava al mercato. Un simpatico ambulante era il popolare Vittorio Alfieri che tutti chiamavano Buro Buro. Girava con un carrettino a mano su cui stavano due enormi valigie contenenti biancheria soprattutto maschile: canottiere, mutande, magliette, calzini, cravatte d’ogni genere. Era un uomo né grande né piccolo, dall’aspetto piuttosto ordinario, a dispetto del nome importante, ma aveva due occhi mansueti di cane buono e quando ti parlava pareva sempre implorare qualcosa più che chiederla. A me non so perché faceva pena con quei valigioni che apriva mentre diceva a mio padre con accento accorato “Siur Mario cal guärda e c’am diga se custa a l’e mia roba pr’ un siur c’me lü,“ e mostrava la sua merce che a onor del vero era di ottima qualità. Mio padre gli comprava parecchia biancheria e indugiava a scambiar quattro chiacchiere con Vitori. Spesso per questo subiva i rimbrotti della mamma che gli rimproverava questa sua disponibilità ad aiutare tutti. E certo mio padre aveva un cuore grande e comprendeva che Buro Buro aveva non solo bisogno d’essere aiutato, ma pure necessità di una parola buona che lui sapeva con delicatezza elargirgli.


ambulante di mercanzie varie (coll. fotocroce)

Un'altra tipica figura di ambulante era il popolare Gelati che vendeva di tutto: frutta, pesce, oggetti per la casa, fiori. Dipendeva dall’epoca e dalle stagioni. Alto, con un viso irregolare e poco attraente, rossastro per il freddo o per qualche generosa bevuta, lo sguardo un po’ storto, portava un fazzolettone annodato al collo e un cappellaccio sghembo. A me faceva pensare a una sorta di pirata, a Long John Silver, il temibile nostromo dell’Isola del Tesoro, il libro di Stevenson che lessi più volte in quegli anni. Gelati sapeva essere un efficace banditore, tanto sul mercato che per strada, della merce che occasionalmente esibiva. Lo ricordo soprattutto per un divertente episodio. Un giorno del tardo autunno mia madre tornò dal mercato del sabato in Piazza Duomo con un mazzo di garofani che intendeva portare al Cimitero sulla tomba di sua madre. A ben guardarli si vedeva che quei fiori non erano nelle migliori condizioni, parevano piuttosto rinsecchiti, le corolle ostinatamente chiuse, quasi contratte dal gelo. Dissi a mamma che quei garofani avevano ben poche probabilità di aprirsi ma lei insisteva che il Gelati l’aveva rassicurata che erano così a causa dei primi freddi ma che se li avesse tenuti qualche giorno in casa si sarebbero sicuramente ripresi. Mia madre, in genere assai diffidente verso cose e persone, aveva poi degli improvvisi slanci o cedimenti per tipi che a me parevano poco credibili e che lei si ostinava a difendere a spada tratta. Uno di questi era proprio il Gelati, quel che lui diceva per lei era Vangelo. E tutto perché anni prima le aveva venduto delle maglie per la nonna che erano durate tantissimo. Ma quella volta i garofani furono una delusione totale: non solo non si aprirono come aveva pronosticato quel vate ma in un paio di giorni appassirono completamente e dovettero essere gettati nella spazzatura. Per mia madre fu un colpo che minò per sempre la sua fede nell’affidabilità del Gelati. Ogni volta che lo incontrava non mancava di rinfacciargli la faccenda dei fiori. “Al m’a imbruié propi bei, cär al me Geläti”, soleva dirgli. E quello a giustificarsi che a lui avevano garantito che i fiori erano freschi, e che non ne aveva colpa. Un divertente siparietto che si ripeté ancora per parecchio tempo a seguire. Un altro venditore che mi ispirava una diffidente curiosità era il Salvaderi, procacciatore di selvaggina e altre ghiotte specialità. Veniva in albergo con la sua merce che teneva in un capace borsone e che estraeva sul banco di cucina decantandola a mio zio cuoco o a mio padre. A me faceva una certa impressione quando il contenuto era costituito da lepri o fagiani assassinati dai cacciatori. Sì, perché già allora provavo pena per quei poveri animali morti e detestavo chi andava a caccia. A dir il vero ero un po’ ipocrita poiché quando li vedevo ben cucinati e disposti su eleganti vassoi scordavo la mia indignazione per annusare la fragranza di quei bocconi prelibati che spesso finivano fortunatamente anche nel mio piatto. Salvaderi, alto e smilzo, con un viso da batus dei popolari rioni cittadini, era uno strano personaggio. Vestiva in modo molto ordinario e spesso veniva al Roma come un avventore qualsiasi facendo lega coi clienti abituali, i pëssgatt, ai quali soleva narrare le sue gesta di infaticabile raccoglitore di funghi e tartufi lungo le nostre vallate appenniniche. Anche nel nuovo Grande Albergo Roma riapparve con la consueta mercanzia. Si faceva un punto d’onore di fornire al grand’hotel la cacciagione più bella e i prodotti più ricercati: grassi fagiani, pettorute quaglie, cinghialetti paffuti, porcini enormi, bianchi tartufi piemontesi. Creò un certo imbarazzo quando, come nulla fosse, decise di riprendere la vecchia abitudine di venire in albergo in veste di cliente. Faceva la sua apparizione quasi ogni sera, indugiava al bar a chiacchierare con il barman Pierino, poi si adagiava sui soffici divani della hall sistemati davanti all’apparecchio televisivo e se ne restava lì fino al termine dei programmi. Purtroppo il suo abbigliamento col tempo non era migliorato, vestiva logore casacche di lana e pantaloni di velluto a coste ma il peggio del suo abbigliamento erano i calzini, quegli orrendi calzini fantasia che esibiva ogni volta che seduto sui divani accavallava le gambe con atteggiamento mondano. Nessuno ebbe mai il coraggio di dirgli nulla ma lui in hotel con quei suoi calzini da mercato era proprio un pesce fuor d’acqua in mezzo a una clientela vestita in maniera ricercata e pretenziosa. Spesso ridevo tra me quando, seduto accanto a lui in poltrona, notavo lo sguardo sbigottito di qualche distinta signora che lo squadrava come fosse un accattone. A quel punto il mio io proletario si ribellava e mi facevo premura di parlare affabilmente al Salvaderi per toglierlo d’imbarazzo. Ma il brav’uomo dovette alla fine accorgersi che la sua presenza non era gradita poiché a un certo punto scomparve di scena limitando le sue apparizioni in cucina da mio zio.


venditore di buslanein

Ma l’ambulante che ricordo con maggior piacere era il venditore di busslan, ossia di ciambelle, che nei giorni di mercato se ne stava con il suo banchetto, costituito in realtà da una sedia pieghevole, in Piazzetta delle Gride, più o meno davanti all’allora Caffè Romagnosi, l’antico Bottegone.. Era un uomo piuttosto imponente dal volto rossastro tipico dei contadini inurbati, con un grande cappello di feltro, grigio come l’abito che indossava. Era forse originario dell’Oltrepò, di Stradella o di Broni, e teneva in certi sacchetti di carta le ciambelline infilate come grani di collana in una spago. Le ciambelle, che zia Rosa chiamava alla pavese brasadé , erano di due tipi, quelle morbide di pastafrolla che si scioglievano appena intinte nel caffellatte e quelle, più grandi e dure, che bisognava lasciare per un certo tempo a bagno nel liquido caldo perché si ammorbidissero. Esisteva anche una variante salata di queste ultime, ideale da mettere a mollo nel brodo. Mio padre talvolta mi accompagnava il mercoledì in piazzetta per comprarmi quelle gustose ciambelle. Si soffermava a scambiare qualche battuta in dialetto pavese col venditore mentre io iniziavo seduta stante la mia opera di demolizione della fragrante collana dei busslan. Oggi sembra difficile credere che siano davvero esistite queste figure di ambulanti di cinquanta e più anni fa; esse ci riportano a un mondo umile e popolaresco totalmente scomparso che ho cercato di rievocare per un breve momento prima che la coltre impietosa del tempo le cancelli per sempre dalla memoria. “Giorgio Vecchi – 2011”.


venditrice di caldarroste (coll. fotocroce)