penna

la Gazzosa di Carletto


di Michela Dallacasagrande

Questo è un racconto sul mitico Carletto, il mio padrone di casa per qualche anno. Chi abita a Rivergaro non può non conoscere la sua storia, la storia della ferramenta che gestiva e non può non amarlo. Mi ha aiutato la carissima Daniela Trovati, figlia di Carletto, facendomi prezioso dono di una sua memoria. Chiedo scusa se ho riportato inesattezze su quegli anni e chiedo alle persone di cui parlo, di leggere con affetto e un sorriso. Così come noi tutti ricordiamo lui.

E' l'estate del 1972. L'anno della fiat 127, e quello in cui si distingue Pietro Mennea, che diventa medaglia di bronzo nei duecento metri, è l'anno del watergate, ma anche l'anno dell'omicidio Calabresi, è un anno rivoluzionario, di libertà, di lotte politiche, di trasgressione e di violenza: dalle proteste pacifiche, alle stragi che avrebbero poi rappresentato il periodo più buio della politica italiana del secondo dopoguerra.

A Rivergaro è un'estate calda e bella, quella del 1972: al Trebbia si può fare il bagno, arrivano i villeggianti da Piacenza, ed in Piazza Paolo si può parcheggiare. C'è anche il cinema, per i capelli e la barba si va da Milietto* il barbiere storico del paese, che per anni avrebbe chiesto a tutti bambini e le bambine sulla sua poltrona “Li vuoi come i miei?” (Era già allora pelato). Carletto Trovati ha la ferramenta, ereditata dal papà. Ma non è una semplice ferramenta, Carletto ed il suo negozio sono un'istituzione a Rivergaro.


Io Carletto l'avevo conosciuto tanti anni fa, forse erano i primi anni 2000, quando lavoravo alla sera alla Tana dell'Orso. Facevo i panini e le bruschette ed un mucchio di cose fritte e lui saliva quando chiudeva il negozio. Arrivava ad orari variabili, perché apriva e chiudeva quando e se gli pareva a lui. Con la sua bici giamaicana si sedeva e aspettava la sua birra media in mezzo a noi ventenni. Io gli portavo sempre i crostini, ma quelli più morbidi perché aveva qualche problema con la dentiera. Da lì si era affezionato a me, decidendo che fossi una ragazza per bene, non so se per la storia dei crostini o perché gli stavo simpatica, così quando aveva sentito che cercavo casa, mi aveva proposto con entusiasmo il suo affare. Ho abitato qualche anno all'ultimo piano di quella casa sgangherata.

La casa più fredda dell'universo: ghiacciavano i vetri, ghiacciavano pure i tubi dell'acqua e facevo i fumini gelati dalle labbra nella camera da letto. Scendere sotto e sentirlo vendere, mi ha ripagato per tutto il freddo che ho patito: era un vero spasso. L'anima del commercio. Qualche volta, dopo il suo ictus, l'ho pure aiutato a cercare delle viti, delle brugole, dei nastri, cercando di non dar troppo peso alla dentiera appoggiata sul bancone. Se non riteneva qualcuno in grado di usare la cosa che stava comprando, semplicemente non gliela vendeva.

“Te? T'è mia bon ad druela. At la dò mia”. E tanti saluti. E ogni tanto, mentre stendevo i panni, l'ho visto accelerare tenendosi i gioielli alla ricerca del tombino nel piazzale interno perché non riusciva più a tenerla. “Am piss adoss malatte' t'ha fatt am piss adoss”.

Comunque.. Nel 1972 da Carletto si va per i chiodi, le brugole, le serrature, gli attrezzi da lavoro, le bombole del gas, si va per due chiacchiere sull'Inter. Per il suo bancone storico in legno e per il suo modo tutto originale di vendere. E poi per la Gazzosa. La produce lui, brevetta la bibita, le bottiglie, i tappi, tutto. Crea anche un modello di bottiglia con all'interno una biglia: per poter bere la gazzosa bisogna schiacciare la biglia all'interno della bottiglia.


vecchie bottiglie di gazzosa ditta trovati

Da Carletto quell'anno si va anche per tentare il furto epico delle gazzose. Il piano lo studiano a tavolino i due teppistelli boss del paese: Claudio Ferri e Romano Cesina, ma non rischiano così tanto da metterci la faccia. Sono furbi: bullizzano un piccoletto, Francesco Marzolini che allora ha sette anni, lo incantonano e lo costringono a compiere materialmente il furto di cui loro progettano semplicemente il piano. Bisogna riconoscere due cose: la prima è che Francesco non fa troppa resistenza, già sulle loro tracce come aspirante boss e la seconda è che l'elaborazione del piano è davvero elementare: Claudio e Romano prendono Francesco, lo buttano nel cancello e lui si intrufola sul retro per cominciare a sgraffignare le bottigliette.

Carletto si presenta più o meno subito, ma al momento perfetto: Francesco ha già le gazzose in mano. “E cus et drè a fè?” urla Carletto.“Rubo le Gazzose” risponde Francesco, ormai colto con le mani nel sacco, senza il tempo per elaborare una benchè minima scusa e a culo stretto per le ire di Carletto. In quattro e quattrotto Francesco confessa il piano e sbugiarda i mandanti, fa nomi e cognomi. Subito.

“Adess av met a post tut mè”.Carletto sistema la faccenda da signore.
Va dai genitori di Claudio e di Romano e racconta del tentativo di furto: dice loro che non solo i figli hanno organizzato la bravata, ma lo hanno fatto trascinando nella malefatta un bambino più piccolo. Saranno madri e padri (non ci è dato sapere come) a regolare i conti con i loro figli, quando i conti si regolavano col il battipanni e la cucchiarella. Rimane da sapere cosa sia successo a Francesco, autore materiale del furto fallito.

Daniela, la figlia di Carletto, molti anni dopo rispetto al fatto, ed alcuni dopo la morte del papà, glielo ha chiesto, con timore, forse anche un pò di vergogna. “Francesco ho paura di sapere quello che ti ha fatto, come ti ha punito”. “Dani tu non hai idea di cosa ha fatto a me -risponde Francesco- Per tutta l'estate ho avuto, ogni giorno, una gazzosa gratis”..

* Milietto, Esistono due scuole di pensiero sul nome. Alcuni propendono per Milietto, dall'italiano Emilietto, diminutivo di Emilio. Altri, volendo essere filologicamente più vicini al dialettale "Al Miglietu" inseriscono la G. Entrambe le forme sono quindi corrette, ma la più diffusa è sicuramente Milietto.


saluti con vedutine del 1965