Vartiz, ad tütt un pò
ironica mescolanza tra botanica, dialetto, chimica, lirica, birra e alcol
Provate, domandate agli amici il significato del termine dialettale vartiz. Un esiguo numero ad piasintein dal sass e, forse, una altrettanto esigua parte degli ariùs, risponderà: “Luppolo”. Bene, come riportato dal dizionario del Tammi, alla voce corrisponde Luppolo comune (Humulus lupulus, cannabaceae). Della pianta, ad uso dei curiosi, ecco qualche nota in merito. (per capirci, un fricandò). Il nome botanico parrebbe derivare dal latino “Humus” (terra), in riferimento al comportamento del fusto prostrato, simil strisciante in mancanza di sostegno e “Lupus” (lupo), per il portamento della pianta selvatica che tende a soffocare gli arboscelli su cui si arrampica (allusione alla tenacia con la quale il lupo soffoca la preda). C’è anche chi rimanda, siamo però agli inizi degli anni cinquanta del Novecento, alla tubercolosi cutanea, per l’azione benefica manifestata dalla pianta sul sintomo (“lupus”, appunto) causato dal batterio. Quanto a noi piacentini, mi sono chiesto da cosa sia scaturito, cosa ci sia all’origine del sostantivo vartiz. L’etimologia è ignota, ma chi conosce la pianta risponderà forse che deriva da vertice, apice, perché sono gli apici vegetativi quelli che interessano quei tanti gourmet ad cà nossa che vanno a cogliere, all’inizio della bella stagione, le punte del rampicante per insaporire frittate o risi “basotti”. Azzeccato, a parer mio, il rimando ai vertici, se non altro perché dettato dalla praticità e dalla sintesi, caratteristiche tipiche dei piacentini. (Praticità, ad esempio, che ci ha portati ad intitolare la piazza principale della città. Non ai Farnese, non al Mochi, non allo stile gotico ma ai cavalli! Pratico, nessuno può confondersi). Non ci sono di aiuto nel Basso Veneto o nel Ferrarese, dove si parla di “Bruscandoli”. Nemmeno dove usano i termini “Asparagi di bosco” o “Ligaboschi” (termine quest’ultimo che a parer mio sarebbe più adatto per la vitalba –Clematis vitalba, ranunculaceae/Vidärbula–). Potrebbero forse aiutarci i milanesi, visto che Francesco Cherubini, nel Dizionario Milanese-Italiano, parla di “Lovertis/Lovartis”. Ma veniamo al nostro dialetto, per sottolineare che il sostantivo in oggetto è di genere maschile e al plurale porta a “I vartiz”/I luppoli (Ris con i vartiz/Riso con i luppoli). È abbastanza comune, però, l’espressione “Ris cò ill vartiz”, che sottintende un femminile plurale. Questione di lana caprina o errore da matita blu? Ad essere sinceri, nel parlato quasi non si coglie la differenza, solo nello scritto è evidente. Proporrei quindi di accettare entrambe le versioni per evitare di scomodare i tanti dutturein, dutturàss, dutturòn che ci tormenterebbero con gli ambigeneri, gli irregolari, i sovrabbondanti o gli impredicibili.
Torniamo però alla botanica, al luppolo. Sì, quel luppolo che sta alla base della produzione della birra. Quel luppolo che conferisce alla bevanda il sapore amaricante, quel luppolo che nelle pianure del Nord Europa viene coltivato in gran quantità. Quel luppolo che le grandi famiglie proprietarie terriere usavano come dote per le loro figlie (pare infatti che gli industriali del settore mirassero –in passato?– a combinare ottimi matrimoni con i figli dei grandi produttori!). Quel luppolo che si è diffuso spontaneamente dall’Asia all’Europa e che da noi, dalla pianura fino alla media collina, si avviluppa su ogni tipo di sostegno, segnali stradali compresi. Simpatica questa pianta; ci sono i maschi e ci sono le femmine, come nel kiwi, nell’ortica, nel pistacchio. Riassumiamone in questa scheda le caratteristiche
Pianta perenne molto rustica e diffusa nell’Italia settentrionale nei luoghi freschi fino a 1200m d’altitudine. Fusto rampicante, angoloso, avvolgente e rizoma stolonifero. Foglie opposte, palmate, provviste di picciolo, di colore verde chiaro e con evidenti nervature. Fiori dioici (fiori maschili e femminili su individui diversi) di colore giallo-verdastro. I fiori maschili sono disposti in pannocchie all’ascella delle foglie, mentre quelli femminili sono riuniti in spighette chiamate coni, penduli, ricoperti da una polverina che deriva dalle ghiandole resinifere ricche di luppolina, sostanza che conferisce alla pianta un aroma ed un sapore unico.
Torniamo però alla botanica, al luppolo. Sì, quel luppolo che sta alla base della produzione della birra. Quel luppolo che conferisce alla bevanda il sapore amaricante, quel luppolo che nelle pianure del Nord Europa viene coltivato in gran quantità. Quel luppolo che le grandi famiglie proprietarie terriere usavano come dote per le loro figlie (pare infatti che gli industriali del settore mirassero –in passato?– a combinare ottimi matrimoni con i figli dei grandi produttori!). Quel luppolo che si è diffuso spontaneamente dall’Asia all’Europa e che da noi, dalla pianura fino alla media collina, si avviluppa su ogni tipo di sostegno, segnali stradali compresi. Simpatica questa pianta; ci sono i maschi e ci sono le femmine, come nel kiwi, nell’ortica, nel pistacchio. Riassumiamone in questa scheda le caratteristiche
Pianta perenne molto rustica e diffusa nell’Italia settentrionale nei luoghi freschi fino a 1200m d’altitudine. Fusto rampicante, angoloso, avvolgente e rizoma stolonifero. Foglie opposte, palmate, provviste di picciolo, di colore verde chiaro e con evidenti nervature. Fiori dioici (fiori maschili e femminili su individui diversi) di colore giallo-verdastro. I fiori maschili sono disposti in pannocchie all’ascella delle foglie, mentre quelli femminili sono riuniti in spighette chiamate coni, penduli, ricoperti da una polverina che deriva dalle ghiandole resinifere ricche di luppolina, sostanza che conferisce alla pianta un aroma ed un sapore unico.

Lasciamo che l’industria si occupi di essicazione e battitura dei coni femminili per ricavarne la luppolina, affidiamoci al nostro Marco Fantini per le preparazioni di ris e frittä con i vartiz/ris e frittä cò ill vartiz e vediamo invece qualche curiosità. La luppolina (color giallo aranciato, sapore amaro, gradevole odore di valeriana fresca), è costituita principalmente da resine. Tra queste, da ricordare l’umulone e il lupulone, acidi con spiccata attività batteriostatica. Importante, poi, nelle infiorescenze, l’azione di altre sostanze che, se dal punto di vista chimico sono ancora da approfondire, dal punto di vista pratico sappiamo essere capaci di spiccata funzione estrogenica. Attività, questa, nota da tempo nelle zone di coltivazione. È documentato, infatti, che in passato –quando ancora veniva praticata la raccolta manuale– alle donne fosse riservato un trattamento di favore nelle pause lavorative. Questo per compensarle delle vere e proprie turbe mestruali cui andavano soggette. In pratica, si manifestava una regolare comparsa delle mestruazioni, indipendentemente dal periodo del naturale ciclo femminile. Siccome questa particolarità si pensava restasse (anche se in misura minore), nella birra, si capisce perché l’uso della bevanda fosse consigliato a chi era sottoposto a prolungate cure con estrogeni. Alle donne, quindi, per sanare turbe del climaterio, ma anche agli uomini per mitigare una presunta ipersessualità. In pratica, sulla base di queste conoscenze, la femminuccia poteva ricavare un vantaggio dal consumo del “derivato” del luppolo e il maschietto doveva invece considerare la bevanda come un vero e proprio anafrodisiaco (perdonate la digressione, ma non tornano alla mente anche a voi le parole di Dulcamara –al madgon– nell’Elisir d’amore di Donizetti?). “O voi, matrone rigide, ringiovanir bramate? Le vostre rughe incomode, con esso cancellate? Volete voi, donzelle, ben liscia aver la pelle?..”.
Sembrerebbero fare al caso nostro. Anche arrivati al “Volete voi, giovani galanti, per sempre avere amanti”, sembrerebbe filare tutto liscio, ma sappiamo che così non è. Mettiamoci quindi il cuore in pace, non è la birra il magico elisir, rimane il bordeaux!. Perdonate, ripeto, questo sciocco e brusco passaggio e torniamo all’infiorescenza. Per scoprire che non sembra essere solo leggenda l’uso dei coni femminili del luppolo nei conventi. Qui i frati, esperti conoscitori delle essenze vegetali, sfruttandone le doti anticonvulsive e la capacità di induzione al sonno, li avrebbero utilizzati equiparandone l’azione ai famosi sali dell’acido bromidrico. Composti che, leggenda vuole, pure fossero somministrati ai giovani di “naia” con il latte del mattino! A onor del vero va ricordato che, tra le curiosità che riportano i manuali di fitoterapia, c’è anche quella che vede il cuscino imbottito di luppolo come rimedio per combattere l’insonnia (la famiglia di appartenenza è, ricordiamoci, quella delle Cannabaceae). Per concludere, cosa ci dice oggi la scienza? Conferma o smentisce. E per i maschi, birra sì o birra no? Nell’attesa che uno studio particolareggiato dei nostri dutturein, duttràss, dutturòn, possa ulteriormente arricchire le conoscenze in materia di luppolo e chiarire le ultime perplessità (scopro però che già oggi, molecole derivate sono utilizzate per il trattamento della menopausa, la riduzione delle vampate di calore e della secchezza vaginale), non ci resta che passare velocemente alla birra. E, senza entrare nei dettagli delle tecniche di produzione (non è questa la sede), sempre ad uso degli interessati, chiudiamo il fricandò sottolineando una sola curiosità. È l’acqua (la sua qualità), che garantisce un buon prodotto finale. Gli altri componenti, malto compreso, per alcuni produttori passerebbero in secondo ordine. Ma affrettiamoci e consideriamo, della birra, l’aspetto spesso sottovalutato, il suo grado alcolico. Prestiamo attenzione allo schema che segue. Sintetico, pratico, semplice, come piace a noi piacentini; altre parole, non servono. Un’occhiata (anche veloce) è sufficiente.
Una lattina di birra (330ml. - 5% vol.) apporta 13gr. di alcol.
Un bicchiere di Gutturnio (120ml. - 12% vol.) apporta 11,3gr. di alcol.
Un bicchierino di whisky (30ml. - 40% vol.) apporta 9,5gr. di alcol.
Ironia a parte, penso ci dica tanto, visto che molti, soprattutto i giovani, considerano la birra una sorta di bibita rinfrescate non riconoscibile dall’alcol test, ed esagerano. Comunque sia, ragazz, occiu a la birra e, quant a ill vartiz.. bon ptitt. (Ernestino Colombani, banca flash aprile 2024).
Sembrerebbero fare al caso nostro. Anche arrivati al “Volete voi, giovani galanti, per sempre avere amanti”, sembrerebbe filare tutto liscio, ma sappiamo che così non è. Mettiamoci quindi il cuore in pace, non è la birra il magico elisir, rimane il bordeaux!. Perdonate, ripeto, questo sciocco e brusco passaggio e torniamo all’infiorescenza. Per scoprire che non sembra essere solo leggenda l’uso dei coni femminili del luppolo nei conventi. Qui i frati, esperti conoscitori delle essenze vegetali, sfruttandone le doti anticonvulsive e la capacità di induzione al sonno, li avrebbero utilizzati equiparandone l’azione ai famosi sali dell’acido bromidrico. Composti che, leggenda vuole, pure fossero somministrati ai giovani di “naia” con il latte del mattino! A onor del vero va ricordato che, tra le curiosità che riportano i manuali di fitoterapia, c’è anche quella che vede il cuscino imbottito di luppolo come rimedio per combattere l’insonnia (la famiglia di appartenenza è, ricordiamoci, quella delle Cannabaceae). Per concludere, cosa ci dice oggi la scienza? Conferma o smentisce. E per i maschi, birra sì o birra no? Nell’attesa che uno studio particolareggiato dei nostri dutturein, duttràss, dutturòn, possa ulteriormente arricchire le conoscenze in materia di luppolo e chiarire le ultime perplessità (scopro però che già oggi, molecole derivate sono utilizzate per il trattamento della menopausa, la riduzione delle vampate di calore e della secchezza vaginale), non ci resta che passare velocemente alla birra. E, senza entrare nei dettagli delle tecniche di produzione (non è questa la sede), sempre ad uso degli interessati, chiudiamo il fricandò sottolineando una sola curiosità. È l’acqua (la sua qualità), che garantisce un buon prodotto finale. Gli altri componenti, malto compreso, per alcuni produttori passerebbero in secondo ordine. Ma affrettiamoci e consideriamo, della birra, l’aspetto spesso sottovalutato, il suo grado alcolico. Prestiamo attenzione allo schema che segue. Sintetico, pratico, semplice, come piace a noi piacentini; altre parole, non servono. Un’occhiata (anche veloce) è sufficiente.
Una lattina di birra (330ml. - 5% vol.) apporta 13gr. di alcol.
Un bicchiere di Gutturnio (120ml. - 12% vol.) apporta 11,3gr. di alcol.
Un bicchierino di whisky (30ml. - 40% vol.) apporta 9,5gr. di alcol.
Ironia a parte, penso ci dica tanto, visto che molti, soprattutto i giovani, considerano la birra una sorta di bibita rinfrescate non riconoscibile dall’alcol test, ed esagerano. Comunque sia, ragazz, occiu a la birra e, quant a ill vartiz.. bon ptitt. (Ernestino Colombani, banca flash aprile 2024).
