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Piacenza in Prima Linea

di Luca Pandelli

In quest’opera non sono presenti racconti di eroi o di battaglie. Gli eroi non esistono, sono una nostra creazione per cercare di autoconvincerci di gesta altrui di cui ignoriamo le reali motivazioni. Scoprirete invece storie di gente comune con vite normali come le nostre. Che hanno sacrificato la loro vita per un ideale o per un fratello che avevano in battaglia. O ancora più semplicemente, sono morti per una serie sfortunata di eventi casuali. Per renderli realmente onore, dobbiamo semplicemente ricordarli per quello che erano. Dei ragazzi giovani come noi. In maniera che il loro sacrificio sia da monito per le nuove generazioni. Dedicato a mia nonna ed ai miei professori..

Piacenza in prima linea offre la possibilità di un viaggio per le vie della nostra città, durante il ventennio fascista e durante i tremendi anni della guerra. Partendo dalla vita dei piacentini stessi. Piacenza si presentava come una città di 85 mila abitanti, capoluogo di una provincia con una popolazione di 294.785 abitanti. L’economia si basava sull’agricoltura e sull’allevamento. Si coltivavano principalmente foraggi, pomodori, uva e cipolle. Anche l’allevamento aveva notevole importanza, concentrato principalmente sui bovini e sulle vacche da latte. Addirittura nel 1940, si contavano circa 135.000 mila unità di bestiame, di cui 47.000 vacche da latte. Allevamento e agricoltura davano lavoro a circa il 57% della popolazione lavorativa. A tavola i piacentini mangiavano prevalentemente salumi e merluzzo. Il salame e la coppa costavano 1,40 lire all’etto, mentre il merluzzo costava 4 lire al chilo. I vestiti comuni costavano circa 150 lire ciascuno, un buon cappotto 200 lire, mentre un paio di scarpe 55 indicativamente ad 80 mila addetti. La paga media di un operaio si aggirava intorno alle 15-20 lire giornaliere, mentre un impiegato poteva arrivare addirittura a 600 lire mensili.

Il termine Balilla, nasce nel 1746, quando il dodicenne Giovanni Battista Perasso, un giovane patriota genovese, compie un gesto eroico contro gli oppressori austriaci. In genovese “balin” significa bambino. Da lì, come scriverà Goffredo Mameli, quasi un secolo dopo, i bambini d’Italia si chiamano balilla. Ovvero un’istituzione fascista per l’assistenza e l’educazione fisica e morale dei giovani; raccoglieva i ragazzi dagli 8 ai 14 anni, detti appunto Balilla. Oppure come l’altissima torre littoria dell’attuale INPS. Edificata nel 1937, anch’essa in pieno regime. E’ forse l’esempio più lampante di architettura razionalista, tipica del ventennio fascista. Volutamente costruita nel centro città, indicava la superiorità del Duce a qualsiasi altro edificio cittadino. Poi successivamente, parlo anche di infrastrutture che non sono più in funzione, ma che lasciano ugualmente una prova della loro esistenza ancora oggi. Adesso via IV novembre è conosciuta da tutti, studenti ed ex studenti, come la fermata principale del pullman scolastici. Ma agli inizi del secolo scorso ci passava il tram. Attraversava tutte le zone principali della città, piazza Cavalli, la Stazione, via Borghetto. Per arrivare, con una linea extraurbana a San Rocco. Fino al 1936, arrivava addirittura fino a Nibbiano ed Agazzano. Poi, con la campagna di Etiopia, serviva dell’acciaio e quindi il servizio in provincia è stato soppresso. Mentre in città è rimasto in attività fino al 1949, anno in cui a Piacenza, come nel resto della penisola, sono arrivati i primi pullman. Avvicinandoci verso il centro della città, le storie di cui parlo si incupiscono e una di queste, è macchiata dal sangue della nostra guerra civile.


In largo Battisti, il 28 aprile 1945 è stato ucciso il franco tiratore Nunzio Zagari. I franchi tiratori erano gli ultimi militari fedeli a Mussolini, che pur di non abbandonare la loro città, sceglievano di appostarsi sui tetti degli edifici a sparare agli americani e ai partigiani. Logicamente dovevano continuamente spostarsi da un palazzo ad un altro per non essere colpiti. E’ così che Zagari è stato catturato in via Borghetto e fucilato dove ora sorge la banca. La foto che vedete, è stata scattata da un soldato americano e successivamente essa rimase per mezzo secolo nello studio di casa sua. Poi, durante un trasloco, venne ritrovata e inviata a Piacenza. Superato Largo Battisti, si arriva in Piazza Cavalli, nel corso della storia di Piacenza, ha sempre ospitato i maggiori eventi politici cittadini. E durante il ventennio fascista è stata usata come luogo per fare parate militari e soprattutto il 10 giugno 1940 ha trasmesso la dichiarazione di guerra in diretta da Palazzo Venezia a Roma. A pochi metri da Piazza Cavalli c’è la galleria della Feltrinelli. Dal 1944 in poi, hanno rappresentato il principale rifugio antiaereo per il centro di Piacenza. C’è una storia, che mia nonna mi raccontava sempre, quella di Pippo l’aviatore. Pippo era in realtà un aereo inglese, che di notte volava sopra le città italiane, a caccia di qualsiasi fonte luminosa, così da poter bombardare. Dal primo giorno di guerra tutti gli esercizi pubblici cittadini chiudevano alle 11 di sera. Per evitare di essere avvistati, di notte, vigeva l’oscuramento. Ovvero, la riduzione collettiva delle fonti luminose. Vigeva dalle ore 17:30 alle 7:20 del mattino seguente. Oltre ovviamente al coprifuoco. Alle finestre vengono applicate delle strisce di carta per evitare che si frantumino in caso di bombe.

Le Prefetture sollecitavano i cittadini a rinforzare le proprie cantine, che fungevano successivamente e in maniera drammatica, da rifugi antiaerei. Il primo bombardamento si verificò alla mezzanotte tra il 2 e il 3 maggio 1944. Ad essere colpita gravemente quella notte fu la piazza del Duomo. Ma siamo solo all’inizio della maledetta primavera del 1944. Dal 12 al 17 luglio, gli aerei angloamericani prendono di mira i ponti sul Po e la stazione ferroviaria. Furono quindi costruiti dei ponti di barche per favorire il passaggio di mezzi militari e civili. In totale ci sono stati ben 92 bombardamenti su Piacenza, che hanno causato complessivamente 500 morti e oltre 1000 feriti. Oltre a ciò, sono stati distrutti circa 1500 edifici, che corrispondevano al 42% della città.


ponte di barche sul Po a Piacenza

Per Piacenza la prima linea non fu nei tre giorni di aprile, quando partigiani e militari di Salò combatterono, italiani contro italiani. Fu invece in prima linea l’11 gennaio 1945, quando i bombardieri angloamericani passarono sopra la città di Piacenza per ben ventotto volte. Dalle 8:30 alle 16:20. Paralizzando la città, sono ad una cortina di ghiaccio, con temperature tra gli 8 e i 10 gradi sottozero. Quel giorno tremendo, morirono circa 112 piacentini. Ma tutto ciò rientrava nella strategia di Churchill: colpire le città, terrorizzando i civili per obbligare la Repubblica Sociale ad uscire dal conflitto. Purtroppo però la Piacenza dell'anteguerra non esisterà più e a farne le spese, come sempre, sono stati i poveri piacentini. Un grande flagello, soprattutto per le popolazioni di campagna, furono le farfalle della morte. Si trattava di piccole bombe, di colore olivastro, dal peso di 2 kg e dalle sagome di una farfalla. Sono bombe che scoppiavano solo al contatto esterno dopo essere atterrate, con un raggio di distruzione di 100 metri. Le vittime principali, purtroppo, furono i bambini di campagna. I quali, attratti dalla forma allegra dell’ordigno, si avvicinavano fino a toccarle. Morendo sul posto. Passeggiando in via XX settembre parlo dell’aperitivo dei piacentini. Usavano bere il Milano Torino, fatto da Campari e Vermouth. Oppure solo il Campari. Il tutto accompagnato dal tramezzino. Termine inventato dal vate Gabriele D’Annunzio, per rispondere al sandwich inglese, ed era composto da acciughe e burro. Alla dichiarazione di armistizio l’8 settembre 1943, a Piacenza, come nel resto dell’Italia non ancora occupata dagli americani, c’era il far west. Alla sera dell’8 settembre, il 4° reggimento artiglieria ricevette l’ordine di organizzare difese nella zona di Barriera Genova.

All’alba del 9 settembre, vennero avvistate pattuglie di esplorazione tedesche provenienti da Gossolengo. Iniziò la battaglia: i soldati del regio esercito italiano, in inferiorità numerica e di mezzi, non si arresero e tennero le posizioni in maniera eroica presso Barriera Genova e Barriera Torino. I tedeschi intorno alle ore 11:00, con l’ausilio di mezzi cingolati ed aerei riuscirono a sfondare le linee difensive italiane, penetrando in Piazza Cavalli. Rimasero uccisi in totale circa 44 militari italiani e 5 civili. Poi finalmente la guerra finisce. Nella notte tra il 27 e il 28 aprile l’esercito tedesco e alcuni dei combattenti di Salò abbandonano la città.

i tedeschi in ritirata attraversano il ponte del Po

All’alba del 28 aprile 1945, americani e partigiani entrano in città. Accorre gente da tutti i quartieri, donne e ragazze lanciano addosso agli americani ciuffetti di fiori. Il colonnello Bowmans, futuro governatore di Trieste, concede ai partigiani tre giorni di tempo per svolgere le loro indagini. Dopodiché, tutte le armi vengono consegnate agli angloamericani in Piazza Cittadella. Come in tutta l’Emilia, anche a Piacenza scatta la caccia al fascista. Si conteranno circa novanta vittime, tra militari e civili, uccisi dai partigiani a guerra finita. Il 4 maggio, americani e partigiani, sfilano insieme in Piazza Cavalli. Il 22 agosto 1945, nelle edicole, viene venduta nuovamente la Libertà. Per quanto riguarda l’informazione, in Via Benedettine n. 68, fino al bombardamento del 13 maggio 1944, si stampava La Scure, il motto era “Ardere e Ardire”. Venne fondato nel 1921 dal ras locale Bernardo Barbiellini Amidei che aveva fatto la fusione con la storica testata Libertà. Barbiellini morì sul fronte greco in Epiro il 7 novembre 1940. La Scure era il principale organo di informazione e propaganda locale. Pubblicava, oltre alla cronaca nazionale e internazionale, le disposizioni legislative nazionali e locali, le norme per l'oscuramento e per il coprifuoco, distribuiva le tessere annonarie e stampava i manifesti.

L’ultimo numero de La Scure esce il 25 aprile 1945. Non si tratta di un’edizione rabbiosa o disperata. Il titolo saluta i piacentini “Su, belli, con la vita”. Come dire, non prendetevela, è andata così. Oggi molti studenti piacentini, durante il periodo estivo praticano le varie campagne. Lavori stagionali per racimolare qualche soldo. Cento anni fa, c’era qualcosa di simile, ma estremamente più brutale. La mondina era una lavoratrice stagionale nelle coltivazioni del riso. Il lavoro della monda, all’epoca si chiamava così, era estremamente diffuso nel nord Italia e quindi era un fenomeno che ha interessato anche la nostra Piacenza. Consisteva nello stare per intere giornate a piedi nudi, con l'acqua fino alle ginocchia e con la schiena curva, per togliere le erbacce infestanti che crescevano nelle risaie e che disturbavano la crescita delle piantine di riso. Si trattava di un lavoro molto faticoso, praticato principalmente da giovani donne provenienti dal ceto sociale più popolare. La paga, una volta arrivata, andava direttamente nelle tasche del padre. Durante le dure e calde ore di lavoro, spesso le mondine intonavano dei canti. Uno dei più famosi, fu di ispirazione poi per Bella Ciao. Narrava dei tormenti e delle violenze che quelle povere ragazze dovettero subire sul posto di lavoro. Infine parlo del Piacenza Calcio e della sua storica squadra del 1936 e dell’unico ballabile esistente, che all’epoca sorgeva in Piazza Cittadella. Proprio dove ora sorge il Luxury, una discoteca. Come potete aver intuito leggendo queste righe, il documentario tocca diversi argomenti, per offrire una panoramica generale di quella che fu la Piacenza di novant’anni fa.

Nella speranza che quello di cui ho raccontato oggi, rimanga un argomento da documentari. I miei più sinceri complimenti vanno a Gabriele Giganti, il mio video operatore, per aver svolto delle riprese eccezionali. Un sentito ringraziamento va anche a tutti coloro che hanno contribuito a questo insieme di storie, raccontandomi anche solo un aneddoto. Il ringraziamento più grande va alla mia nonna paterna. La quale, fin da bambino mi raccontava queste storie. Una volta cresciuto, poi iniziò ad esortarmi a raccontarle. All’epoca però, ero troppo pigro e distratto per darle retta. Quando finalmente decisi che l’avrei fatto, andai a dirglielo. Ma lei, dal suo letto d’ospedale, non poteva più sentirmi. Il documentario di Luca Pandelli “Piacenza in Prima Linea” è visibile gratuitamente su youtube.