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Gita a Rivergaro

di Graziano Gessi

Due amiche, entrambe ottuagenarie, scendono dalla corriera che le ha portate a quel che è stato per entrambe il paese della giovinezza; tornavano un paio di volte l’anno per una ricorrenza o per una partita a Burraco, con quello che rimane della loro vecchia compagnia, un gruppo di ” Rivergaresi” ormai quasi disperso. Viaggiano a braccetto quasi sostenendosi, una alta magra si appoggia ad un elegante ombrello, l’altra un po’ più bassa ed in carne si appoggia all’amica. Sono scese all’inizio del paese, benché potessero scegliere una fermata più comoda. Mentre il mezzo si allontana le due ammirano Via Roma, che porta verso il centro del paese, che sembra accoglierle a braccia aperte. Sollevando il braccio e puntando l’ombrello in quella direzione, la più alta esclamò -eccoci arrivate a Rivergaro paese mio adorato, solo qui mi sento a casa ! -Allora perché alloggiamo alla pensione “ultima spiaggia“ ribatté pronta l’amica -Dài piantala non cominciare.-ma poi perché ti sei portata quell’ombrello?- mi serve come bastone, e si nota meno. -Ne sei proprio sicura? Siamo in luglio e c’è il sole.- la solita pignola. Ehi guarda.. il distributore ! Non c’è più, ti ricordi quando venivamo dalla Maria a fare benzina, con la Silvana e la sua Bianchina? -sì sì ricordo un pieno costava poche lire, ma noi sempre in bolletta, fortuna che il Romeo ci faceva credito. Ah guarda che bello il campanile di Sant’Agata laggiù, sembra aspettarci! -sì sì.. lascia che aspetti, non è ancora ora di suonare le campane –e ma che roba, sempre a pensar male, guarda che bello il monumento ai caduti, quelle colonne, la vittoria..-vedi di guardare dove metti i piedi, altrimenti poi cadute lo siamo anche noi. -oggi sei insopportabile-Sempre!


il distributore con veduta della Casa del Popolo

E fra bucolici ricordi e mugugni si avvicinano al paese.
Oh ma guarda, la scuola materna, i miei figli sono andati lì, mi sembra di vederli giocare nel cortile con la Maura, e poi la scuola elementare, oh ma che roba, mi ricordo come fosse ieri.-è quello che hai fatto ieri che non te lo ricordi, disse ridendo l’amica. Pensa, ricordo che a scuola c’era la mensa con la cuoca.. mmm come si chiamava- e che ne so, non sei mica venuta ieri? Sei veramente insopportabile, ecco ora ricordo.. La Bianca dal Pièn. Sempre a dare soprannomi a tutti. -Non è colpa mia ! Era usanza– Eravamo gente strana, disse l’amica scrollando la testa.. Dai che ci sediamo un po lì vicino alla fontana, alla “Casa del Popolo,” eeh.. anche qui quanti ricordi, il profumo dei tigli ed il gelato della Tina, ora c’è Claudio con la famiglia, “un giovane rivergarese” che ha portato avanti le tradizioni! -e le riunioni, con Gianfranco, Sandro la Silvana per il circolo giovanile “Al Basul“ e le “Basoline” te le ricordi ! Eravamo giovani in gamba, decretò con ritrovato fervore.- tanto in gamba che adesso non ti reggono più.- con un gelato nella mano e l’ombrello a mò di bastone nell’altra imboccano Via Veneziani.

Cosa mi dici del gelato, -disse con aria interrogativa, appoggiata di tre quarti al suo ombrello- mi sembra che non abbia più lo stesso gusto.- secondo me è per colpa della dentiera, rispose sarcastica l’amica. Però -visto che bello? Hanno rifatto la strada con il ciottolato, come quando eravamo ragazze!- Sì bello, solo che allora ai piedi avevamo sandalini di cuoio, che se si rompevano, li portavamo dal Lino o dal “Nando ad Barò”, ora abbiamo le babbucce con la suola anti scivolo. Ma come succede spesso, quando i ricordi hanno il sopravvento, gli occhi non vedono più il presente, ma ciò che la mente vuole ricordare. Ed imboccando via San Rocco ricompare la macelleria di Beppe e Rina; sul piazzale della chiesa sfilano spose in bianco. Chi ci abiterà adesso”alla Consa” si chiese, indicando un caseggiato vicino alla piazzetta della chiesa di San Rocco.

La palta del “siur Lisandar” che ha dato il soprannome a tutta la discendenza. Imboccando Piazza Paolo, notano uno strano motorino giallo a tre ruote, con un grosso baule posteriore. -Guarda che roba! Ugo con la lambretta mica riuscirebbe a portare tutta quella posta, e poi dicono che la gente non scrive più lettere.- non ti illudere quello è per portare le bollette. E via di nuovo a ricordare, la merceria di Pompeo e la Giovanna, il forno di Pinello, il profumo del pane arrivava fino al caffè Grande, le chiacchiere con le amiche.. La Sandra, la Franca, la Mina, l’Angiolina, la Pierina e via uno snocciolare di nomi e di ricordi. La farmacia della dottoressa Edi! come mi consigliava bene! E poi verso il fondo della piazza, il negozio del Carlo, “da Trovati trovi tutto!“ declamò gioiosa agitando l’ombrello- Si un po’ come gli empori dei cinesi oggi- e su per la salita in via Genova c’era la macelleria della Giovanna e il “caraban” certe bistecche, che adesso non le trovi più.- tanto con la dentiera non sapresti che farne.


veduta del lido di Rivergaro con la spiaggia e il roccione

E tutte e due a braccetto, una sognando e l’altra dissacrando, imboccano la via che porta al fiume, e arrivate sulle rive osservano la gioventù, la bella ed invidiata gioventù, ragazzi che si baciano, giovani coppie che passeggiano, bagnanti; una ricordando le estati al lido, i tuffi dal roccione e l’altra i dolori e gli acciacchi dell’età, osservano le acque limpide e fresche, la Trebbia che scorre, inesorabile ed eterna come il tempo. Poi ad un tratto una ragazza urla, chiede aiuto, trambusto, gente che corre, qualcuno si tuffa, ma le acque limpide e fresche possono diventare scure ombre, che si prendono una vita. Sensazione di sgomento, di impotenza, sedute sulla panchina non possono far altro che sperare, ma la notizia arriva cruda come la realtà. Un giovane di 25 anni ha perso la vita, a nulla sono valsi i tentativi di salvarlo.

Andiamocene, sono stanca, le gambe non mi reggono più, nemmeno con l’ombrello; e tutte e due a braccetto se ne tornano verso il paese, verso la fermata di quell’autobus che le riporterà in città, in quella enorme casa dove alloggiano, insieme ad altri coetanei, per stavolta niente Burraco.

E mentre aspettano, una solleva lo sguardo e, guardandola dal basso le dice -” Sai amica mia, se ripenso a quel giovane e ai nostri acciacchi, le gambe che cedono, i dolori, la memoria che fa spesso quel che vuole, beh ammetto che sono poca cosa, come prezzo da pagare, per aver avuto la fortuna di vivere, tre volte e più la sua vita. E annuendo con il capo l’altra conferma quel pensiero, appoggiandosi all’ombrello e sostenendosi a vicenda salgono sull’autobus, con un giorno in più da ricordare.


via per Bobbio veduta del primi ‘900

Nota.Graziano Gessi classe 1963, vive da sempre a Piacenza. Nonostante le sue inclinazioni letterarie, è costretto ad entrare nel mondo del lavoro a soli 14 anni, cosa che lo farà sentire inadeguato. Trova nella scrittura una valvola di sfogo, riempiendo pagine e pagine di diari a cui affida pensieri ed emozioni che altrimenti non potrebbe esprimere. In età adulta e quasi per gioco, partecipa su consiglio di un conoscente, ad un concorso letterario. Questo apre le porte alla sua prima pubblicazione “Parole dell’Anima” edita da (Segui le tue parole edizioni). Graziano Gessi raccoglie premi e riconoscimenti nei vari concorsi nazionali, partecipa ad antologie, ecc.