penna

l’Intervista Impossibile a Valente Faustini


-per chi non sa chi è-

Ai giardini Margherita vedo un ragazzetto che, col dito alzato, puntando al busto di Valente Faustini, chiede alla madre: «Chi è questo signore?». La risposta, sconcertante, è stata: «Faustini? Non so!». Ora, se per la madre, forse, non abbiamo più speranze, mi son detto: perché non fare qualcosa per il giovane? Nasce così l’idea dell’intervista impossibile (il mio contributo). Non sia mai, poi, che “Fortuna”, la dea del caso e del destino, possa occuparsene. Sfrutto così la fantasia che, come noto, tutto può; chiudo gli occhi e, con una immaginaria macchina (mi vien da dire un Macchinon), torno indietro nel tempo. Vado ad inizio secolo, l’altro secolo; mi spingo poi a fine ‘800, nella splendida piazza dei Cavalli in quel di Piacenza, dove spero di incontrare uno dei suoi cittadini più illustri. Ma eccolo uscire da strä di calzulär e dirigersi verso uno dei maestosi bronzi del Mochi, quello di Ranuccio Farnese, visto che probabilmente viene dalla casa di via del Guasto (oggi Garibaldi) che lo ha visto nascere (1858). Cappello, panciotto, bastone da passeggio, baffo ben curato, sì! E’ proprio lui, Valente Faustini, al pö grand di pueta ad Piaseinza, l’indiscusso padre della lingua cittadina, al piasintein. Lui che sa di latino (studi al Collegio Maria Luisa di Parma), “Licenza” per l’insegnamento (nel 1881), laurea in “Belle lettere”, sempre a Milano (nel 1883), lui che insegna nel Ginnasio cittadino, cosa ti combina? Scrive in dialetto. (Del resto, anche il più grande di tutti, Dante, usa il volgare!). Mi concentro, e con la migliore cadenza che posso sfoggiare, nonostante le buone intenzioni, parto col piede sbagliato.


Valente Faustini

Bongiuran prufessur, o g’ho da dì bongiuran siur pueta.
«Ahi ahi, giovanotto, attento a come parla», borbotta, compìto, Faustini. «Ché a Piaseinza gh’è tri tipu ad pueta: al rimadur, al tipu stran, po g’um anca al ‘Poetta’, al pezz ad tütt».
Eccomi sistemato (penso io). Invece, con un gran sorriso, il Nostro riparte con un rassicurante: «Scusi, scherzavo, ma dalla modulazione della sua voce, non riesco a capire in che zona di Piacenza lei sia nato. Scusi ancora, buongiorno, mi dica».

Non mi chieda, per ora, chi sono, da dove vengo, cosa faccio.. mi risulterebbe difficile
dare spiegazioni. Posso solo dirle che sono latore di alcune domande, una sorta di intervista. Se acconsente..

«Dica, giovanotto».

Ecco la prima, ingenua e innocente, che le farebbe un giovinetto: come si diventa Poeta
dialettale?

«Ovviamente studiando filosofia, retorica, dialettica, grammatica.. leggendo i classici.. ma soprattutto avendo buoni maestri. Uno dei miei è stato il padre barnabita Notari».
Tento di arrivare alle domande serie.

Del liceo dove insegna, il Gioia, cosa mi dice?
«Si fa presto a dire “liceo”. Le ricordo che nel 1860 nacque il “Regio Liceo” dal preesistente “Collegio Piacentino” (istituito dai Gesuiti alla fine del ‘500). Secolarizzato
nel 1768 da Ferdinando di Borbone, quindi parificato, vigente la riforma di Maria Luigia (1831) alle scuole del ducato (ex Piacenza-Parma, poi Parma, Piacenza e Guastalla). Insomma, agli Istituti di quelli che per semplicità (purtroppo!), dal punto di vista amministrativo, vengono definiti “Stati Parmensi”. L’intestazione a Melchiorre Gioia è avvenuta nel 1866 –avevo ancora i calzoni corti–. Quanto alla mia cattedra di latino-italiano, devo confessare che è del 1882». Perbacco, che precisione!

Ora, se preferisce non rispondere, capirei.. Le chiedo del suo sfortunato amore.
«Pare non si concluda col matrimonio, sicuramente ne avrò amara nostalgia per tutta la vita. Questo però mi permette di seguire i miei numerosi fratelli. Non ho altro da dire!».

Il tema cardine delle sue opere è senza dubbio l’amore per Piacenza. Cosa mi dice, invece, dei piacentini?
«Indolenti, diciamo sonnacchiosi, perché ignavi suona male, con una esagerata mancanza d’unione, sicuramente individualisti».

Accipicchia, siamo messi male!
«Così siamo. Del resto, cosa pretende, dopo quella sorta di “peccato originale” di chi ci ha
preceduti. Dopo il fattaccio, le cose, per noi, si sono complicate ».

A sentir queste parole, mi torna in mente una sua rima..
Piasintein, durmiv ancura? Sö ca sona al noss quärt d’ura; ma bisogna c’as dasduma, ca scrullum cla lorgna ac guma! «Bravo giovanotto, lei sarà un po’ strano, sia nel vestire che nel parlare, però dimostra di essere preparato». (Zà am seint pö sö ad livell) e prosegue: «Le faccio io, ora, la domanda imbarazzante. Mi dica, lei che cita a memoria, quale delle “mie” preferisce?». Rispondo: professore, scusi, ne parleremo alla fine. (Goffo, il tentativo di celare la mia provenienza, l’illustre professore ha subito capito che non sono uomo del suo tempo).

E se qualcuno dicesse che le sue poesie sono “cronache in versi” di una piccola città, cosa risponderebbe?
«Che la forza della mie rime sta proprio nella cronaca, nel racconto: I’enn la vuz ad Piaseinza, sono la voce della città, una voce ingenua, senza pretese. Che fa da parlato ad un’epoca, a questo tempo, il mio tempo».

Altri, invece, sottolineano che lei non è un poeta che si fa popolano, è un professore che racconta in dialetto le malinconie sue e della gente di Piacenza. Piacenza che forse non è ancora “città” ma una sorta di grande villaggio dove le storie contadine e di paesaggio si mescolano. Dove la vita della povera gente, dei contadini che migrano dalle campagne è fatta “canzone”.
«“Accipicchia” ora lo dico io, questi signori vorrei conoscerli». (E sempre con tono leggermente più basso aggiunge poi: «Ma so che non è possibile»).

Delina, Linda, Fiorina, come Poldo e Gildo, chi sono?
«Sono personaggi “reali”. Gente che vive la vita (contadina) alle prese con le vicende quotidiane. Matrimoni, battesimi, feste, balli.. malattie. Ma in realtà sono anche il pretesto per fotografare tutto il contorno fatto di imbariagòn, madgon, acmär, prett.. e
via c’andum».

Se posso sintetizzare, un mondo contadinesco che sta evolvendo, descritto in modo burlesco, diciamo pure umoristico, dove però non manca la nota patetica e dove, non dimentichiamolo, regna una grande povertà.
«Sì, ha inquadrato bene la situazione, devo ammettere che è così». (E sempre con tono leggermente più basso sembra aggiungere: «Ma sono pensieri suoi o dei signori di
prima!»).

Sempre in tema di miseria e povertà lei ha scritto:
Sö o noss cont e noss marches, gloria antiga dal paes, l’è pö gloria, l’è pö unur, ess un bräv lauradur.

È una sorta di pensiero politico?
«Ho semplicemente cercato di esortare la classe dirigente ad intervenire per affrancare dalla povertà la nostra “umanità dolente”. Comunque, sempre sul tema, le è forse sfuggita questa: E sö viätar povra gint, che dal mond an gudì gnint, sö strasson, a la riscossa! Tütt al mond l’è roba nossa. No, non è politica, è solo e sempre pietà per la misera gente. È l’aspirare al raggiungimento, per tutti, di una condizione economica tale da garantire i pasti quotidiani. Riferisca, comunque, giovanotto, ai “signori”, che sono uno spirito libero. Forse, socialista, ma, come molti, per istinto e natura, anche se li ho dileggiati quando collaboravo al satirico “Gotico”.
Forse liberale, per gratitudine al liberalismo risorgimentale. Soprattutto, sono cristiano, cattolico, osservante. Quanto alla “riscossa” della rima, sappia che è tutto meno che “rivoluzione”. E’ “pìetas”». Professore, non si arrabbi. Nessuno si sognerebbe mai di appiopparle una etichetta politica. Tento di alleggerire la situazione con un’altra frivolezza.

Passando di palo in frasca: ha fatto il servizio militare?
«Sì, per un anno, nel 35º Fanteria, da volontario. Durante gli anni universitari (era il 1879)». Tanto di cappello, professore.

Passiamo ora al tema religioso. Anche questo ha un posto nei suoi versi e non posso non ricordare.
..noss bell Angil dal Dom c’at dasteind ill grand äl in sla sittä.. «L’educazione religiosa l’ho avuta da mia madre; quanto all’angelo, diciamo che è una sorta di sacro protettore, mio e della città, qualcosa in più di un simbolo cittadino».


il busto di Valente Faustini ai giardini Margherita con la Batusa

Lei riesce a mescolare con sapienza latino, dialetto, italiano e pure inventa.
Non per paré un Napulion ma posso citarle: Brutto verbo è quel rancare E scaroso a coniugare Si biassuga appena un pò Il futuro “io pagherò” Ma rivati al “rancherai” Saltan fuori tutti i guai Che bisogna confessare Ca l’è un verbo irregolare. Dunque, o verbo mercenario Marcia via dal vocabolario! Oppure: Pares cum paribus zavattein cum calzolaribus, dove riesce addirittura ad adattare Cicerone al dialetto. Pares cum paribus facillime congregantur, non porta infatti d’istinto ad “Ognuno con grande facilità frequenta i suoi simili”. Dalle sue parole, invece, subito capiamo quella sorta di “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Fantastico, veramente fantastico. Ancora, il simpatico bäzadonn, il venticello fresco e gradevole, la dolce brezza… chiudi gli occhi e l’amata ti si palesa innanzi. Così come lo stammattacc, dove è ovvio il rimando alle belle signore.

Cosa mi dice in proposito?
«Mestiere giovanotto, mestiere; far sorridere, così come struggere non è poi così facile, bisogna tentarle tutte».

Ultimo argomento, dove però non servono chiarimenti, quello gastronomico. Ricordo solo, e non potrei non farlo:
..ma an spera mäi c’at tucca di turtei a mzüra ad bucca.. Al turtell l’è cmé l’anvein, al méi piatt di piasinetein. Oppure: Via ad Piaseinza, caro mio, al salam digh pür addio.. duro e di grosso impasto, et sine fine dicentis, stomaco sano et bonis dentis. Professore, cose mirabili, irraggiungibili, ineguagliabili. Come, citando a caso tra i vari temi da lei trattati, sono mirabili le rime del ciclo della “Delina”, quelle di “La Trebbia, me mädar, la funtana, la batusa, sanmartein..”. E qui mi fermo, non potendo ricordare tutta la sua “imponente” produzione letteraria e non volendo approfittare della sua disponibilità, che è stata grande e tale da chiarirmi alcuni aspetti della sua personalità. Quanto ai curiosi cui capiterà di imbattersi in questo “Colloquio fantastico”, o a chi studia e interpreta le sue opere, il suo stile, il suo percorso, beh! Penso abbiano stimoli a sufficienza i primi, spunti per critiche (nei miei confronti), i secondi. Non riesco nemmeno ad iniziare con i ringraziamenti ed i saluti che il poeta nostro, con fare sbrigativo e tono enfatico, quasi di rimprovero, mi blocca. «Grazie, giovanotto, grazie delle belle parole ma.. mi deve delle risposte!». Sì! Devo al poeta delle risposte. Ma posso farlo ad occhi aperti. Non serve né fantasia né Macchinon.

Così, tornando ai tempi nostri, smetto di sognare e confesso, o meglio, per dirlo alla piacentina, cäg zù tütt! Tutto, troppo è cambiato. Oggi siamo meno poveri e di conseguenza meno solidali. I valori deamicisiani di un tempo sono a noi sconosciuti. Leggendo e rileggendo le opere di Faustini, scopriamo però da dove siamo venuti, chi eravamo e chi, o forse, cosa siamo diventati. Quanto ai “signori”, ammetto che la lettura delle analisi di illustri studiosi ha fatto da spunto. Mi astengo però dal fare i loro nomi; mi permetto di citare quelli dei quattro, ora scomparsi, che ho conosciuto personalmente. Monsignor Guido Tammi, don Luigi Bearesi, prof. Luigi Paraboschi, avv. Corrado Sforza Fogliani. Piacentini che (posso immaginare), innanzi al busto bronzeo che la cittadinanza ha dedicato al nostro sommo poeta vernacolo, si sono sempre fermati, come lo scrivente, per dire: grazia Faustini, grazia ad tütt. (Quanto alla madre dell’antefatto, devo confessare che l’era mia dal sass, la gniva da luntan, luntan abotta! Quanto al ragazzetto, non scoraggiamoci, speriamo incontri un buon maestro). (Ernestino Colombani per BancaFlasch dicembre 2023).