le Norme per Costruire nel Cinquecento a Piacenza
di Umberto Battini
Almeno 30 metri tra le case. Decoro e ornamento della città, le nuove regole per strade, edifici e manutenzione dettate dalla grida del 1° aprile 1595.
Molte delle regole d’amministrazione che ancora oggi si riferiscono al “decoro et ornamento di detta Città” di Piacenza sono lo specchio di pratiche già in essere in epoca farnesiana. Argomento di cui si era in parte trattato analizzando un decreto comunale di quel tempo, la “grida” datata 1° aprile 1595 con in elenco dieci nuove norme da seguire per costruire case e mantenere in ordine strade, fossi e canali cittadini.
Tra le altre cose, al punto numero sette della grida, si impone “alli muratori o altri simili operarii” che in nessuna maniera “debbano buttare a terra alcun vecchio fabbricato o casa e neanche farne alcuna nova senza licentia d’esso officio”. E anche non possono detti muratori, senza consenso dell’ufficio dell’Ornamento, rifare di nuovo le strade -non debbano fare selegato de novo- né rifarne una vecchia senza consenso, sotto pena di una multa. Le stesse procedure con le nuove norme, si mettono in pratica anche per coloro che “si sono creati di novo cittadini”, cioè quegli uomini del contado che venivano a vivere a Piacenza come residenti. Si riferisce l’abitudine per i forestieri che prendevano “licentia” di cittadini, di erigere le loro case senza badare tanto alla forma ed alle procedure.
Si rammenta che “tali persone alcune volte fanno le loro case sopra a strade e siti che poco giovano all’ornamento della Città”, quindi è deciso che “tutti quelli che c’haveranno da fabricare tali case di novo” prima aspettino la visita e il beneplacito degli addetti dell’Ufficio della Politica dell’Ornamento, con penale di ben 25 scudi e la “demolitione” dell’edificio. E si avvisa che per mantenere “a serviggio publico” le mura, fossi e terrapieni difensivi “alla fortificazione di qua della Città”, cioè dalla parte interna, non si potrà costruire nessun tipo di edificio senza “havere lasciato il debito spacio di braccia 60”.
Molte delle regole d’amministrazione che ancora oggi si riferiscono al “decoro et ornamento di detta Città” di Piacenza sono lo specchio di pratiche già in essere in epoca farnesiana. Argomento di cui si era in parte trattato analizzando un decreto comunale di quel tempo, la “grida” datata 1° aprile 1595 con in elenco dieci nuove norme da seguire per costruire case e mantenere in ordine strade, fossi e canali cittadini.
Tra le altre cose, al punto numero sette della grida, si impone “alli muratori o altri simili operarii” che in nessuna maniera “debbano buttare a terra alcun vecchio fabbricato o casa e neanche farne alcuna nova senza licentia d’esso officio”. E anche non possono detti muratori, senza consenso dell’ufficio dell’Ornamento, rifare di nuovo le strade -non debbano fare selegato de novo- né rifarne una vecchia senza consenso, sotto pena di una multa. Le stesse procedure con le nuove norme, si mettono in pratica anche per coloro che “si sono creati di novo cittadini”, cioè quegli uomini del contado che venivano a vivere a Piacenza come residenti. Si riferisce l’abitudine per i forestieri che prendevano “licentia” di cittadini, di erigere le loro case senza badare tanto alla forma ed alle procedure.
Si rammenta che “tali persone alcune volte fanno le loro case sopra a strade e siti che poco giovano all’ornamento della Città”, quindi è deciso che “tutti quelli che c’haveranno da fabricare tali case di novo” prima aspettino la visita e il beneplacito degli addetti dell’Ufficio della Politica dell’Ornamento, con penale di ben 25 scudi e la “demolitione” dell’edificio. E si avvisa che per mantenere “a serviggio publico” le mura, fossi e terrapieni difensivi “alla fortificazione di qua della Città”, cioè dalla parte interna, non si potrà costruire nessun tipo di edificio senza “havere lasciato il debito spacio di braccia 60”.

veduta panoramica dei primi del ‘900
In pratica tra le mura e le abitazioni doveva rimanere uno spazio verde di circa trenta metri e nell’area più difensiva, dove erano le cannoniere (mura et ragioni delle canoniere) si doveva lasciare uno spazio di centoventi braccia, l’equivalente di circa sessanta metri. Inoltre, “si commanda che niuno habbi ardire di cavare creta, giara, o altro terreno” dalle rive delle fosse e nelle vicinanze -con grave multa-, ma si fa presente che “quando sarà bisogno di creta o terra per murare” è permesso “andare a pigliarla nel fosso della Città fori la Porta di Borghetto o alla Fodesta vicino al Ponte”. Regole che, tutto sommato, sembrano puntare al buon senso, dando alla città un assetto sul modo di edificare fatto con criterio, rispettando confini, strade e vicinato, senza per questo togliere al dominio ducale farnesiano le proprie luci e ombre.
