Se a Piacenza ci Fosse il Mare..
i piacentini residenti in città o nella provincia che sognano
e avrebbero preferito possedere una casa al mare
e avrebbero preferito possedere una casa al mare
Non avrei mai immaginato che una mattina qualunque, in uno dei mercatini dell’usato che nascono tra le vie più antiche di Piacenza, avrei fatto una scoperta capace di trascinarmi in un’altra dimensione temporale ed emotiva. Era un giorno di quelli lenti, con l’aria fresca che arriva dal Po e che sa di nebbia e ferro, e io giravo tra vecchi libri, dischi, mobili e cimeli militari senza una meta precisa. Fu allora che, rovistando distrattamente in uno scatolone polveroso, la mia mano toccò un piccolo blocco di cartoncini ingialliti. Sembravano fotografie, o forse cartoline. Li estrassi quasi per automatismo, convinto che si trattasse dei soliti scorci di piazze o del nostro duomo. Ma non appena vidi la prima immagine, mi si fermò il respiro: Piacenza aveva il mare. Non un mare simbolico, non una velatura poetica, ma un vero mare che lambiva Palazzo Farnese, s’infilava tra le vie acciottolate, rifletteva il profilo delle case e, cosa ancora più incredibile, sosteneva gondole eleganti che scivolavano lente guidate da gondolieri dal cappello di paglia.
Sulla parte frontale c’era scritto, con un carattere elegante e garbato. “Se a Piacenza ci fosse il mare..”.E sul retro, in un angolo minuscolo, una firma che da anni non sentivo nominare: Giusti Editore–Firenze. Mi parve impossibile non averne mai sentito parlare. Io, che di cartoline piacentine e di editoria d’epoca avevo collezionato di tutto, non avevo mai visto nulla di simile. Eppure quelle immagini non erano un semplice scherzo grafico, avevano una raffinatezza tutta loro, una cura dei dettagli che tradiva un progetto editoriale vero, forse mai distribuito, forse rimasto nei cassetti per chissà quali vicende del dopoguerra.
Sulla parte frontale c’era scritto, con un carattere elegante e garbato. “Se a Piacenza ci fosse il mare..”.E sul retro, in un angolo minuscolo, una firma che da anni non sentivo nominare: Giusti Editore–Firenze. Mi parve impossibile non averne mai sentito parlare. Io, che di cartoline piacentine e di editoria d’epoca avevo collezionato di tutto, non avevo mai visto nulla di simile. Eppure quelle immagini non erano un semplice scherzo grafico, avevano una raffinatezza tutta loro, una cura dei dettagli che tradiva un progetto editoriale vero, forse mai distribuito, forse rimasto nei cassetti per chissà quali vicende del dopoguerra.

vedute del Duomo, il Gotico, piazza Cavalli e il Teatro
Curioso, iniziai a sfogliare e ogni cartolina mostrava immagini diverse della città trasformata dalla presenza dell’acqua. Gondole che scivolavano sotto i portici di Piazza Cavalli, il mare che circondava il Gotico come fosse una fortezza veneziana, panni stesi che si specchiavano in acque tranquille in via Sopramuro, perfino l’antico liceo Gioia affacciato su un molo di legno da cui partivano piccole barchette colorate. La città che conoscevo sembrava reinventata, eppure riconoscibile. Una Piacenza alternativa, sospesa tra sogno e nostalgia. Queste cartoline –come scoprii poi chiedendo al venditore– erano rimaste nascoste per decenni in una soffitta di una famiglia originaria di Firenze, trasferitasi a Piacenza solo negli anni Sessanta. Nessuno sapeva perché fossero state stampate e, soprattutto, perché non fossero mai circolate davvero. Il venditore le aveva ricevute insieme ad altri oggetti da uno svuota cantine, e non aveva la più pallida idea della loro rarità. Fu quello il momento che capii di avere tra le mani qualcosa di straordinario e unico. Portai a casa quelle cartoline con una sensazione che oscillava tra emozione e incredulità. Le osservavo una ad una appoggiandole sul tavolo come si fa con oggetti d’arte preziosi. Non era soltanto la fantasia dell’idea a colpirmi, ma anche la qualità delle immagini, sembravano fotomontaggi artigianali, forse addirittura realizzati con tecniche di aerografia e collage tipiche di alcuni illustratori fiorentini dell’epoca. Giusti, l’editore, non era nuovo a questi prodotti insoliti, negli anni Quaranta e Cinquanta aveva pubblicato alcune serie turistiche creative, spesso giocando su prospettive immaginarie o progetti mai realizzati. Ma della Piacenza –così trasformata, così poetica– non si era mai trovato nulla nelle raccolte ufficiali. E continuavo a chiedermi, ma allora perché queste cartoline esistevano? E soprattutto, perché erano rimaste tanti anni nascoste?

vedute di Sant’Antonino, via XX Settembre e il Gotico
Più le studiavo e osservavo, più mi convincevo che si trattasse di una sorta di omaggio affettuoso, quasi un gioco. Forse un artista innamorato di Piacenza aveva immaginato una città bagnata dal mare per sottrarla al dominio del Po, per trasformarla in una piccola Venezia padana, per regalarle quel tocco di meraviglia che il dopoguerra sembrava averle tolto. In quegli anni, del resto, in molte città italiane spuntavano progetti utopici, sogni di ricostruzione, visioni futuristiche, allora perché non immaginare Piacenza come città d’acqua e d’azzurro? Poi c’era la cosa più sorprendente, le gondole. Non semplici barche, ma gondole veneziane dipinte con un’accuratezza singolare, sospese tra le torri della città, tra i ponti bassi, tra i palazzi nobiliari. Alcune cartoline ritraevano il tramonto dietro la cupola del Guercino, con barche che si muovevano lente, quasi reali. La luce sembrava quella delle lagune venete, ma calata tra le vie diritte e ampie della Piacenza ottocentesca. Osservandole mi convincevo che quelle immagini erano la testimonianza di un piccolo sogno collettivo, forse nato in un gruppo ristretto di persone, di amici e poi dimenticato, il sogno di vedere una città di terra diventare città di mare. Un simbolo, forse. Una speranza o una fuga.
Decisi allora che non potevo limitarmi a conservarle. Dovevo capirle e raccontarle. Cominciai a cercare informazioni su Giusti Editore, sulle stamperie fiorentine dell’epoca, sui fotografi che lavoravano per lui. Niente. Nessuna menzione alle cartoline di Piacenza. Trovai solo una traccia vaga, un documento in cui si citava un progetto sospeso, una serie di “visioni d’Italia reinterpretate”, di cui però non restava traccia. Solo a quel punto mi fu chiaro, quello che avevo trovato non era solo raro. Ma si trattava di immagini inedite. Probabilmente, fino a quel momento, nessuno lo aveva più visto e portato avanti. Ne parlai con amici collezionisti locali, appassionati di iconografia urbana e tutti rimasero sorpresi. Nessuno ricordava né aveva mai sentito parlare di “Se a Piacenza ci fosse il mare..”.
Decisi allora che non potevo limitarmi a conservarle. Dovevo capirle e raccontarle. Cominciai a cercare informazioni su Giusti Editore, sulle stamperie fiorentine dell’epoca, sui fotografi che lavoravano per lui. Niente. Nessuna menzione alle cartoline di Piacenza. Trovai solo una traccia vaga, un documento in cui si citava un progetto sospeso, una serie di “visioni d’Italia reinterpretate”, di cui però non restava traccia. Solo a quel punto mi fu chiaro, quello che avevo trovato non era solo raro. Ma si trattava di immagini inedite. Probabilmente, fino a quel momento, nessuno lo aveva più visto e portato avanti. Ne parlai con amici collezionisti locali, appassionati di iconografia urbana e tutti rimasero sorpresi. Nessuno ricordava né aveva mai sentito parlare di “Se a Piacenza ci fosse il mare..”.

vedute di c.so Garibaldi, via Alberoni-Roma e p.za Duomo
Qualcuno mi chiese perfino se fossero falsi moderni. Ma bastava guardare la carta, l’odore della stampa, la delicatezza dei colori, quelle cartoline respiravano anni Quaranta, raccontavano un’epoca. Avevano la patina del tempo e insieme l’audacia di un progetto mai compiuto. Fu allora che compresi il loro vero valore, erano una finestra su ciò che avrebbe potuto essere Piacenza, su un immaginario urbano alternativo, su un gioco grafico trasformato in testimonianza storica. Erano una di quelle piccole follie poetiche che l’Italia del dopoguerra sapeva ancora permettersi, sogni fatti di carta, di colori e di speranze. Emanavano un fascino sincero, un senso di possibilità e guardandole, Piacenza sembrava quasi sorridere. Da allora conservo quelle cartoline come dei preziosi. Le mostro con delicatezza, come si fa con una memoria ritrovata per caso, come un frammento di una storia che ha rischiato di scomparire per sempre. E ogni volta che le osservo provo lo stesso stupore della prima mattina in cui le ho viste, un brivido che mi ricorda quella scatola polverosa, alla sorpresa, all’acqua che scorre tra i palazzi della mia città. In fondo queste immagini non sono solo una curiosità editoriale, sono un invito a guardare Piacenza con occhi nuovi, a immaginarla diversa, a reinventarla. A volte mi chiedo, con un risolino, se davvero un giorno lontano a Piacenza ci fosse stato il mare.
Nota. L’Editore Giusti, attivo a Firenze nel periodo bellico e nel postbellico, è noto per aver prodotto materiale turistico, album fotografici e cartoline illustrate caratterizzate da una sperimentazione grafica. Fra gli anni 1940 e 1955 alcune sue serie presentavano montaggi fotografici, progetti urbanistici immaginari, reinterpretazioni di scorci cittadini, soluzioni ibride tra fotografia e illustrazione aerografata. In questo contesto la serie dedicata a Piacenza si inserisce perfettamente all’interno di una tendenza editoriale che univa fantasia, ricostruzione postbellica e promozione turistica. Il tema principale è la trasposizione immaginaria della città di Piacenza in un contesto marittimo con le immagini che ritraggono; gondole veneziane che navigano tra le vie cittadine, specchi d’acqua che si insinuano fra i palazzi, canali che sostituiscono tratti urbani, riflessi marini davanti a edifici simboli della città. Questa rappresentazione mescola elementi di Venezia con la topografia piacentina e crea una “Venezia padana alternativa”, un esperimento di urbanistica immaginaria tipico dell’epoca. Inoltre l’attenzione ai dettagli cittadini suggerisce che autore o committente fossero conoscenti diretti della città. Potrebbe trattarsi di un lavoro privato o semi-privato, destinato a un uso interno e poi mai reso pubblico.
Nota. L’Editore Giusti, attivo a Firenze nel periodo bellico e nel postbellico, è noto per aver prodotto materiale turistico, album fotografici e cartoline illustrate caratterizzate da una sperimentazione grafica. Fra gli anni 1940 e 1955 alcune sue serie presentavano montaggi fotografici, progetti urbanistici immaginari, reinterpretazioni di scorci cittadini, soluzioni ibride tra fotografia e illustrazione aerografata. In questo contesto la serie dedicata a Piacenza si inserisce perfettamente all’interno di una tendenza editoriale che univa fantasia, ricostruzione postbellica e promozione turistica. Il tema principale è la trasposizione immaginaria della città di Piacenza in un contesto marittimo con le immagini che ritraggono; gondole veneziane che navigano tra le vie cittadine, specchi d’acqua che si insinuano fra i palazzi, canali che sostituiscono tratti urbani, riflessi marini davanti a edifici simboli della città. Questa rappresentazione mescola elementi di Venezia con la topografia piacentina e crea una “Venezia padana alternativa”, un esperimento di urbanistica immaginaria tipico dell’epoca. Inoltre l’attenzione ai dettagli cittadini suggerisce che autore o committente fossero conoscenti diretti della città. Potrebbe trattarsi di un lavoro privato o semi-privato, destinato a un uso interno e poi mai reso pubblico.
