penna

Sulla Collina


Quel giorno il vento saliva lento dalle colline del piacentino, portando con sé un odore che non era solo di terra e di viti, ma di sale remoto e di conchiglie sbriciolate dal tempo. A Castell’Arquato il mare non c’era più da milioni di anni, eppure la sua assenza era così piena da sembrare una presenza. Le pietre chiare del borgo, le pieghe delle colline, persino il silenzio tra un passo e l’altro parlavano di onde. Eravamo partiti quasi per gioco, noi tre, con l’idea di una passeggiata fra storia e panorami. Lei camminava un passo avanti a noi, come se conoscesse già la strada, come se seguisse un richiamo che solo lei riusciva a sentire. Ogni tanto si chinava, raccoglieva un sasso, lo girava tra le dita e sorrideva, ero uno strano sorriso.

Ad un certo punto si voltò e disse: “qui c’era il mare”, fermandosi su un crinale da cui si vedevano le colline ondulare come un mare immobilizzato. Non è solo una cosa che si studia nei libri. Qui il mare ricorda il peso delle onde quando battevano contro scogli che oggi sono colline, ricorda il canto profondo delle correnti che ora dormono sotto strati di argilla e fossili. Ricorda i passi che non hanno mai smesso davvero di camminare sulla terra, anche quando la terra ha preso il posto dell’acqua. Qui il mare ha imparato a nascondersi nelle pieghe del paesaggio, nelle conchiglie spezzate e nelle venature bianche delle rocce. E quando il vento soffia nella direzione giusta, quando qualcuno sa ascoltare, quel silenzio diventa voce. È allora che i miti tornano a respirare, non come favole, ma come presenze. Perché il mare non dimentica chi lo ha abitato e Teti lo ha sempre saputo. Anche quando si allontana e muta forma, porta con sé la memoria di ogni onda. E in luoghi come questo, dove l’acqua è diventata terra, basta uno sguardo per capire che il passato non è passato affatto.

Io e il poeta ci scambiammo uno sguardo divertito. Lei aveva sempre avuto un modo suo di raccontare il mondo, mito e immaginazione. Ma fu quando pronunciò il nome di Teti che qualcosa cambiò nell’aria. “Teti è passata di qui” disse con naturalezza. La madre di Achille, la ninfa del mare che sapeva mutare forma. Ridemmo piano e il poeta fece una battuta, qualcosa su ninfe e fossili, ma lei non si scompose. Continuò a parlare, come se stesse descrivendo una scena del quotidiano. Ci disse; Sapete che Teti si trasformava in qualunque cosa per sfuggire a chi voleva dominarla? Fuoco, acqua, animale feroce, chi dice una tigre, chi dice un leone marino. Io so solo, e ne sono convinta, che oggi cavalca un delfino


Teti sul dorso del delfino- opera di Doriana Zerbinati

A quelle parole, il vento iniziò a cambiare direzione e un brivido mi attraversò la schiena, inspiegabile. Le colline davanti a noi sembrarono muoversi, come se un’invisibile onda le percorresse. Fu allora che lei indicò un punto lontano, dove la terra era più chiara, quasi bianca. Guardate, ma noi vedemmo solo la collina. Poi una linea curva, lucida, come il dorso di qualcosa che emerge dall’acqua. Ma non c’era acqua, era solo erba e argilla. Eppure, incredibilmente un delfino prese forma, bello e vivo, il corpo d’argento che scivolava sulla terra come fosse mare. Sul suo dorso, sicura e fiera c’era una donna, Teti. I suoi capelli si muovevano come alghe, il corpo emanava una luce antica e profonda. Non aveva bisogno di parlare per farsi riconoscere. Il mare che prendeva volto, era frutto della forza primordiale che genera e distrugge. Il delfino avanzava senza lasciare traccia e ogni zolla che sfiorava sembrava ricordare il mare. Noi due restammo immobili e muti, incapaci di capire se stessimo sognando o se improvvisamente la realtà avesse deciso di espandersi. Lei invece sorrideva, come chi rivede un’amica tanto cara. Teti ci guardò. Nei suoi occhi c’era il ricordo di chi ha visto nascere o morire mondi interi. Solo allora compresi il peso del suo mito, non solo la madre di Achille, non solo sposa esitante di un mortale, ma una divinità costretta a rinunciare a una parte di sé. Aveva fallito cercando di rendere il figlio immortale, come falliscono gli dei quando amano.

Parlava del mare che si ritira ma non scompare, delle metamorfosi come unica forma di sopravvivenza, del tempo che cambia tutto tranne il vissuto. Poi il suo corpo iniziò a mutare e fu allora che lasciò intravedere la potenza dell’animale, un felino pronto allo scatto, come se la tigre fosse ancora sotto la pelle del mito. Era Teti che si manifestava in tutte le sue forme, impossibile da trattenere, impossibile da spiegare. Il delfino si immerse nella collina, che ritornò a essere solo terra. Il vento si tranquillizzò e restammo soli, con il cuore che batteva troppo forte. Con un filo di voce il poeta ruppe il silenzio, “non era uno scherzo, vero?”. Lei scuotendo il capo ci disse, “no, era solo memoria”. Riprendemmo il cammino verso il borgo sapendo che qualcosa era cambiato. Castell’Arquato non era più solo un luogo, era diventato un punto di passaggio tra il visibile e l’invisibile. Da quel giorno, ogni volta che guardo una collina, mi chiedo se sotto la terra non stia ancora scivolando un delfino, con Teti sul dorso, eterna e libera..