Quando l’Uva Divenne Speranza
Piacenza 1948
la V Mostra Nazionale delle Uve da Tavola in un Paese che riparte
la V Mostra Nazionale delle Uve da Tavola in un Paese che riparte
La guerra è finita da poco, ma il suo peso si vede ancora nei muri scrostati, nel vuoto lasciato da chi non è tornato, nei gesti della gente che ha imparato a non sprecare nulla. Eppure, in quei giorni, qualcosa inizia a cambiare. Non è un evento politico, non è l’arrivo di industrie. È l’uva, un frutto antico e semplice che diventa simbolo di una rinascita. La V Mostra Nazionale delle Uve da Tavola, ospitata a Piacenza, non è solo un evento agricolo. Ma diventa un messaggio collettivo, l’Italia vuole tornare a vivere, non sopravvivere. Nei giorni precedenti l’inaugurazione, Piacenza si mostra con un volto diverso. Le strade sono animate, i negozi con le vetrine allestite in modo accurato, le botteghe espongono il meglio. Anche i bar e le trattorie partecipano, a modo loro con qualche tavolo in più, con le tovaglie “per le grandi occasioni” e i menù scritti a mano con orgoglio. Nei caffè del centro si parla solo della mostra. Si discute delle varietà in esposizione, chi chiede quali regioni saranno presenti, chi racconta di aver visto arrivare i primi camion carichi di cassette. Nei mercati l’argomento passa di banco in banco, tra una bilancia e l’altra. L’evento diventa il filo conduttore delle conversazioni quotidiane, un tema comune che unisce tutti cittadini. Anche gli albergatori fanno il possibile per accogliere operatori, funzionari ministeriali e giornalisti. Le stanze sono poche, i comfort sono essenziali, ma l’ospitalità è sincera. Per molte attività commerciali, quella mostra rappresenta la prima occasione di lavoro “straordinario” dal dopoguerra.

manifesti di propaganda della mostra
La città si anima ma è soprattutto la campagna piacentina a vivere l’evento con particolare intensità. I produttori arrivano all’alba, dopo viaggi lunghi e faticosi. Alcuni hanno dormito poco preoccupati per i grappoli, controllati e ricontrollati come si fa con qualcosa di prezioso. Le cassette di uva sono curate nei minimi dettagli, foglie pulite, grappoli scelti, legature rifatte all’ultimo momento. Non è solo una questione estetica, quelle uve rappresentano annate difficili, filari salvati dalla guerra, vendemmie fatte con mezzi di fortuna e sacrifici familiari. Esporle significa raccontare senza parole la propria storia. Nei saloni del Palazzo Gotico, tra allestimenti e composizioni studiate, i volti dei viticoltori tradiscono emozioni, orgoglio, timori e speranza. C’è chi risistema lo stand molte volte, chi osserva le uve dei vicini, chi si confronta scambiando consigli e impressioni. È una competizione, ma anche riconoscimento reciproco del proprio lavoro. Tra i nomi spesso citati c’è quello di Filippo Zerioli, figura di riferimento per la viticoltura piacentina. La sua celebre vetrina “Tomery” attira l’attenzione di operatori e curiosi, non è solo un’esposizione, ma conservazione, presentazione e possibilità di esportazioni. Concetti che parlano di mercati lontani e di un’agricoltura che non vuole più restare confinata. Attorno a lui si muovono dei giovani agronomi, funzionari e studiosi che prendono appunti, domandano e osservano. Li vicino i contadini anziani ascoltano con rispetto, consapevoli che il mondo sta cambiando e che anche la terra deve cambiare.

pronti per il taglio del nastro con le autorità
Arriva il giorno dell’inaugurazione, Piacenza è attraversata da una folla unita. Famiglie intere, studenti, operai, contadini arrivati dai paesi vicini. Le donne indossano abiti curati, alcune con cappelli conservati per anni. Non è solo un evento da vedere ma è un momento da vivere. Nella mostra il colpo d’occhio è forte con i colori delle uve -bianche, nere e rosate- che sorprendono quelli abituati alla quotidianità segnata dalla mancanza. Intanto il profumo dolce riempie l’aria e si commenta, si confronta, si ricorda con alcuni che parlano del “prima” ed altri sognano il “dopo”. Per tanti visitatori, la mostra è la dimostrazione concreta che può tornare la normalità, che la gente ha bisogno di bellezza e ripresa. La notizia dell’evento supera i confini provinciali, anche i quotidiani nazionali dedicano spazio alla manifestazione, sottolineandone il valore tecnico e simbolico. Le riviste specializzate parlano della mostra piacentina come di un modello, di un punto di riferimento per la viticoltura da tavola italiana. Gli articoli vengono letti nei bar, commentati nelle piazze e molti ritagliati e conservati con motivo di orgoglio. La città si riconosce negli scritti e si sente parte di un vasto interesse. Anche dall’estero arrivano segnali, l’Italia agricola rimasta ferita è ancora viva e torna a farsi sentire.

locandine pubblicitarie piacentine
E Piacenza, con la mostra, diventa il suo volto migliore. Quando arriva il momento di chiudere la mostra e le cassette tornano verso le campagne, resta la consapevolezza di aver vissuto un momento di svolta con la V Mostra Nazionale delle Uve da Tavola. Ci si rende conto che non è stato soltanto un successo organizzativo, ma un atto collettivo di fiducia. Nel 1948, Piacenza ritrova se stessa anche attraverso l’uva, frutto umile, capace di far crescere nonostante tutto. Come la speranza di un Paese che ha scelto di tornare a credere nel futuro partendo dalla propria terra.
