penna

il Castello di Borgonovo

"di Padre Andrea Corna”

stemmi delle nobili famiglie

Sui ridenti e aprici colli della Valle del Tidone esistevano già parecchi Castelli, come Seminò, Ziano-Vicomarino, Montalbo, ecc.. Ma queste fortezze non bastavano a tenere a segno i Pavesi ed altri nemici dei Piacentini, i quali impunemente scorazzavano la bella valle, taglieggiando gli abitanti e saccheggiando tutto ciò che trovavano. Quando nel 1196 il Comune di Piacenza, essendo consoli Alberico Vicedomini, Oberto Visconte, Rainero de Cario, Rinaldo Sordo, Umberto Scorpione e Leone Arcelli, edificò Borgonovo nelle Valle del Tidone, nel luogo detto Casargnello ed anche Casarnerio a circa 23 km. dalla città. I Piacentini fondarono questo castello in mezzo la Valle del Tidone onde porre un argine sicuro contro le scorrerie dei Pavesi e fu chiamato Borgonovo per distinguerlo dall’antico Borgo S. Donnino, allora esso pure soggetto a Piacenza. Come tutti gli altri Castelli, cosi pure questo di Borgonovo sarà stato edificato pressa a poco secondo il metodo tenuto nel Medio Evo per simili fabbricati. Il Castello fabbricato entro un chiuso e ben alto terrapieno, aveva il suo torrione che dominava la borgata e teneva d’occhio il nemico. Cosi descrive questa fortezza il notaio Molla Filippo in un atto del 1775: “La predetta terra di Borgonovo è fabbricata con buon ordine nella disposizione delle strade piazze ed edifici, già are cinta di mura, et or pure si riconosce in qualche parte e tuttavia si conservano le parte con le fossi che la circondano”. Attorno al terrapieno girava un largo fossato, il quale, all’uopo, si riempiva d’acqua. Si entrava nel paese da quattro parti per vie tortuose, tanto da esporre il nemico ad una lunga linea
d’offesa per fianco. Fu chiamato“nobile Oppidum, quod Borgo-nuovo appellatur”. Tanti sono i luoghi e i Castelli a lui uniti, da formarne di per sè stesso un piccolo Principato.., dove vi fosse una somma autorità e quasi regia giurisdizione. Data l’importanza di questo Castello e per la sua posizione strategica e perché era il più forte baluardo, che difendesse Piacenza dalla parte ovest, esso ebbe a subire varie fortunose vicende. Dopo pochi anni dalla sua fondazione, nel 1199, come per provarne la sua resistenza, i Pavesi, prevalendosi dell’occasione che i Piacentini erano a difendere Borgo S. Donnino contro i parmigiani che lo volevano per sé, ripresero con coraggio le loro scorrerie nella Valle del Tidone; e per non lasciar un nemico forte alle spalle, si rivolsero subito contro il Castello di Borgonovo; il quale, in quel momento poco presidiato dalle milizie piacentine, alla prima prova del fuoco subì un vero disastro, essendosi i Pavesi impossessati del Castello, mettendolo a ferro e fuoco prima d’abbandonarlo. Quei di Borgonovo si ricordavano di questa solenne lezione ricevuta dai Pavesi e senz’altro ripararono il Castello, rifabbricarono le case distrutte e si prepararono a non subire mai più sì umiliante disastro; e l’occasione, purtroppo non doveva mancare in quei miseri tempi, in cui le fazioni, ghibellina e guelfa divedevano i nostri padri. Dal 1210 al 1213 Guglielmo Landi di parte ghibellina, coi soccorsi di Milano e di Brescia, s’impossessò di vari possedimenti pavesi battendo questi in Castiglione; ma i Pavesi ripresero presto l’offensiva, sconfissero i Piacentini, ai quali tolsero perfino il Carroccio. Questo fatto lasciò un forte bruciore di rivincita nei Piacentini, che, per non starsi con le mani alla cintola, distruggono vari paesi del distretto pavese; il che incoraggiò i Pavesi a conquistare e a devastare vari paesi della Val Tidone. Questa volta volendosi assicurare gli acquisti fatti cercarono di mettere fuori combattimento la fortezza di Borgonovo, smantellandola. Ma i castellani di Borgonovo, prevedendo questo colpo dei Pavesi, si erano da tempo esercitati nelle armi, sicchè, appena l’esercito pavese si fu vicino a Borgonovo, i difensori non solo opposero forte resistenza, ma uscirono dalle loro trincee ed obbligarono i Pvesi a cambiare direzione, spingendoli a Castelnovo ed a Vicomarino. Così lo racconta il cronista Cognadello;“Finalmente, vedendo il popolo Pavese che inutilmente combattevano contro Borgonovo, non potendo recare ad esso alcun danno, si ritirarono ad Arena.. però le milizie si portarono fino a Castelnovo e a Vicomarino..”. Nel 1237 trovavasi l’imperatore Federico a Pavia; i Piacentini, temendo ch’esso passase il Po e s’impossessasse di qualche Castello a danno di Piacenza, il Podestà Arrigo da Monza ordinò che fosse dato fuoco e smantellato il Castello di Borgonovo, perché non vi si annidasse l’imperatore a danno del distretto nostro. Passato l’imperatore, Valtidone ebbe la visita del figlio di lui Enzo, il quale se ne venne a noi ripassando il Po nei contorni di Arena, ove aveva fatto costruire un ponte, Piantò i suoi accampamenti alla Bardoneccia nel giugno del 1243, mese da lui prescelto per far man bassa sui grani maturi o appena raccolti; quindi prende la via della Valtidone distruggendo parecchi Castelli e portandosi ad assediare Castel San Giovanni. Forse perché non poté sfogare la sua ferocia su Borgonovo? Queste scorrerie recarono danni gravissimi a questo territorio, ai quali s’aggiunsero la carestia e la fame, di modo che i poveri furono costretti a cibarsi di sole erbe selvatiche. Ma non bastavano i mali che venivano dai nemici esterni; purtroppo anche Borgonovo dovette subire le vicende fortunose delle guerre intestine, passando da un partito all’altro, a seconda che prevalevano nella Valle del Tidone le forze Guelfe o Ghibelline. Il Castello di Borgonovo non si era ancora rifatto dalla devastazione avvenuta ad opera di Ubertino Landi nel 1267; di nuovo nel 1270 lo stesso Conte Landi, percorrendo tutta la Valle del Tidone coi fuorusciti, abbruciò, nel passaggio, Castel S. Giovanni, Fontana, Borgonovo, Sarmato, facendo prigionieri molti uomini, portando via molto bestiame e vettovaglie in quantità, incendiando pure il Castello di Genepreto ed occupando la Rocca di Zavattarello. Nel 1972 Ubertino rifece lo stesso giro, rifiutandosi di sottomettersi alle proposte di Gregorio X piacentino; anzi più che mai dandosi a scorrere con più furore e rovinare questi disgraziati paesi. Nel 1331 Leonardo Arcelli di Borgonovo fu creato cavaliere e nobile dal re Arrigo VII incoronatosi colla corona di ferro del Regno d’Italia a Milano, mentre governava Piacenza, con Lancillotto Anguissola, AlbertinoVicedomino ed Albertino Landi. L’Arcelli, cacciato da Piacenza con i Fontana e molti altri guelfi da Alberto Scoto, diventato capo dei Ghibellini, si ritirò a Borgonovo; tentò con gli altri fuorusciti guelfi di ritornare in città; ma, presi dallo Scoto, furono trattenuti in ostaggio, finchè essi non ebbero ceduto al partito ghibellino i Castelli di Borgonovo e di Castel S. Giovanni, dove fu posto un presidio ghibellino. Ma questo durò poco, perché si sa che fin dal giorno cinque di luglio, detti Castelli, con tutta la Valle del Tidone, dipendevano ed obbedivano a qui di Fontana. Ma per questo non era ritornata la pace, ed invano interpose la propria autorità l’Imperatore; per la qual cosa questi mandò a Piacenza Galeazzo Visconti coi grandi poteri di Vicario Imperiale;“eodem anno 1313 die 18 maii Dominicus – Galeaciùs Vicecomes cactus est vicarius imperialis in Placentia pro domino Henrico imperatore”; e ai 2 di giugno fu spedito un nunzio a Leonardo Arcelli nel Castello di Borgonovo e ai Malvicini in Castel S. Giovanni perché facessero la pace con Alberto Scoto e col Landi; la quale però non durò a lungo. Presto l’Arcelli coi Fontana ed altri del partito guelfo si ribellarono al Visconti, e da ciò venne la guerra civili; di modo che molti Castelli furono incendiati e saccheggiati. Tuttavia il Visconti non toccò la fortezza di Borgonovo, sicuro che non l’avrebbe potuta prendere; anzi fece la pace con l’Arcelli e i Fontana, la quale, stante l’instabilità di Galeazzo, presto svanì. Questi mise al bando l’Arcelli“quia noluit dare Castrum Burginovi”, e pose assedio a questo Castello con buon corpo di milizie, le quali, unitamente ai villani delle circostanti Terre, vi bivaccarono dai principi di Ottobre fino al tre di novembre, in cui“Leonardus de Arcellis una cum Caroto de Fontana et Arduino de Arcellis et filio et Guidato Sanaserio venerut in Placentia ad domum domini Galeatii et butaverunt se in terram ad pedes domini Galeatii et petierunt misericordiam”. Poco giovò quest’atto di sommessione dell’Arcelli, perché“fuit derocantum et guastatum locum Burginovi et pezoratus fuit dominus Leonardus plus de VI mille libris”; le quali parole vogliono significare che quel forte non venne distrutto, ma soltanto saccheggiato e ridotto senza mura e fortificazioni, come un semplice villaggio. Nel 1321 troviamo l’Arcelli con i fuoriusciti a combattere il Visconti sotto le insegne guelfe con Francesco Scotto, Bardello dei Fulgosi e molti altri nobili piacentini. Ma in uno scontro che questi ebbero con Galeazzo Visconti furono sbaragliati e molti rimasero prigionieri, fra i quali Leonardo Arcelli, che fu condannato al carcere perpetuo. Cosi il visconti diventò signore di Borgonovo. Succeduto Galeazzo al padre Matteo nella signoria di Milano, Piacenza fu sottratta dalla di di lui giurisdizione da Vesuzio Landi, che, da amico dei Visconti, s’era con essi inimicato pel fatto di Bianchina sua moglie, e consegnò la città al Cardinal legato dal Pontefice, riducendo in poco tempo all’obbedienza del Pontefice quasi tutte le fortezze del piacentino, compreso Borgonovo, che però resistette fortemente all’esercito guelfo. In questo tempo Leonardo Arcelli riacquistò la sua libertà. Nel 1334 gli Scoti, i quali erano potentissimi, eccitarono il popolo piacentino e scacciarono dalla città i Fontana e i Fulgosi, che fuggendo, occuparono diverse fortezze, tra le quali Castel S. Giovanni, Borgonovo, Rizzolo e Cagnano (Gropparello). Inseguiti dagli Scoti, questi non poterono prendere subito Borgonovo e Castel S. Giovanni che rimasero in potere dei Fontanesi, cui appartenevanoDondazio Malvicini, famiglie pure potenti della Valtidone e di partito guelfo. Non avendo potuto ottenere lo Scoto la sottomissione di questi due Castelli, strinse lega con Azzo Visconti ed allora Castel S. Giovanni e Borgonovo furono ceduti al duca, al quale si rese pure Piacenza. Ma nel 1372, stanche delle angherie del Visconti, molti ritornarono al governo della Chiesa; solo Borgonovo resistette; poi dovette cedere alle milizie della chiesa condotte da Dondazio Malvicini e dal Cardinal legato Pietro Bituricense pagandone la resistenza col saccheggio. E siccome la fortezza era considerata di grande importanza in quei giorni, così, appena si seppe del saccheggio di Borgonovo, molti si arresero, senza combattere. L’anno dopo si diedero al Papa anche i Fontana di Castel S. Giovanni scuotendo il giogo del Visconti. Ma questi non eran tali da lasciarsi sfuggire così facilmente una parte così importante del loro dominio, perciò il visconti volle riprendere Piacenza coi suoi Castelli. Al qual fine mandò il tedesco Corrado Wiltiger, che non ne fece nulla; allora mandò un altro capitano famoso a quei tempi Iacopo Dal Verme. Per tal modo Borgonovo e le altre fortezze si trovarono esposte agli assalti delle soldatesche viscontee. Però il capitano Dondazio Malvicini aveva disposto le cose in modo, che nessun Castello Valtidonese potè esser preso dal Dal Verme. Dopo diverse vicende anche Borgonovo, con altri Castelli, passò al Visconti. Circa il 1408 Borgonovo era già ancora nel dominio degli Arcelli; i quali comandavano a quasi tutta la Val Tidone. Gli Scoti invece signoreggiavano Castelnovo, Fiorenzuola, Vigoleno, Castell’Arquato, Sarmato. Si comprende facilmente che per avere il primato nel dominio doveva nascere grande discordia tra le due potenti famiglie. In queste condizioni gli Arcelli mossero guerra agli Scoti, cui tolsero il Castello di Breno, conducendone in prigione a Borgonovo il Castellano Carlo Scotto, dove fu pure trasportato il bottino; e di là usciva Filippo Arcelli con uomini a scorrere paesi e a fare prede, di modo che gli Scoti e gli Arcelli, avendo aderenti amici, tutto il distretto piacentino divenne capo di battaglia. Nel 1411 il 23 agosto morì Leonardo Arcelli, nemico acerrimo dei Visconti. Nel 1412 Filippo Maria Visconti creò conti di Borgonovo e di altre terre gli Arcelli di Fontana, modificandone lo stemma:Ad maiorem cumulum dignitatis, pro Arma et Insigne dicti Comitatus quam, et quod deferire possint tam domi, quam etiam militiate in vexillis, et aliter quomodocumque, Arma cum braccio, et granfa Ursi cum bastono in granfa quartiliata cum scachis coloris azuri, et albi in campo rubeo. Alla nuova Contea compartì il duca mero e misto imperio, potere di spada ecc. sottraendola affatto alla giurisdizione di Piacenza. Nel 1414 il duca insediò gli Arcelli nel dominio di Piacenza, come suoi luogotenenti; della qual cosa ingelositosene gli Scoti non tralasciarono opera presso il duca, perché gli Arcelli fossero privati della Contea della Valtidone e di ogni altro privilegio, rappresentandoli come ribelli del duca e come ambiziosi di dominare Piacenza, invece del duca. Questi dette retta alle accuse e fece occupare Piacenza dal Carmagnola, cacciandone gli Arcelli. Ma ben presto con l’aiuto di Sperone di Pietrasenta, cavalier milanese, ripresero con frode il dominio della città, proclamandosene Signori. Fu allora che il duca li dichiarò ribelli, condannandoli alla privazione del dominio di Piacenza e della Valtidone; mandando di nuovo il Carmagnola, il quale non mancò di saccheggiare quanto più potè, le terre della Valtidpone, onde impadronirsi degli Arcelli. Ed infatti, nel 1418 il Carmagnola in una battaglia presso Savi fece prigionieri Bartolomeo fratello di Filippo e Giovanni di lui figlio; e li condusse sotto le fortificazioni del Castello di Borgonovo dove tenevasi chiuso Filippo. Il duca esibì a Filippo la libertà del fratello e del figlio, la condotta di 400 cavalli e certa somma di danaro, se gli cedeva Piacenza ed alcune altre fortezze. Intanto il Carmagnola stringeva d’assedio Borgonovo, in cui era chiuso l’Arcelli. Non arrendendosi questi, gl’intimò che gli avrebbe uccisi il fratello Bartolomeo e il figlio Giovanni, se non avesse ceduto. Filippo non prestò fede alle minacce del Carmagnola, credendo che altri ordini tenesse dal duca; ma il Carmagnola fece innalzare le forche davanti al Castello. Il fiero Arcelli resistette a qualsiasi minaccia, non ascoltò le grida della madre che pregava pel nato delle sue viscere, non le preghiere del figliuolo implorante per la sua giovine vita e per quella dello zio; sopportò piuttosto l’orrendo spettacolo dell’impiccagione dè suoi, che il Carmagnola fece villamente eseguire. Il Bosio racconta che il Duca, udita la morte del Conte Bartolomeo, grandemente si dolse e protestò, che avrebbe voluto perdere piuttosto una città. Il Sanuto ed il Corio, cui sembra aderire il Cerri, opinano che questa tragedia non sotto il Castello di Borgonovo sia avvenuta, ma sotto la Rocca di S. Antonino in Piacenza. Dopo questo doloroso fatto il duca ebbe Piacenza e tutte le fortezze libere, mentre l’Arcelli se ne fuggì a Venezia. Combattendo egli sotto le armi della Repubblica nell’Istria, colpito e ferito gravissimamente da un berrettone, morì. Nel punto di morire, tutto dolente dalle colpe commesse, dispose che il suo corpo fosse portato e seppellito a Padova nel tempio di S. Antonio dei Frati Minori, in una cappella, che volle si fabbricasse del suo avere; tale cappella è dedicata a San Canziano. Però, prima di partirsi per Venezia, Filippo aveva fatto testamento, nel quale istituiva erede Lzzaro figlio suo e D. Alexsina, figlia del fu Ottaviano Scoto, sua moglie e Giorgio suo nipote, figlio del già suo fratello Bartolomeo; dispose però che Donna Elena sua madre fosse padrona e signora ed usufruttuaria di tutti i suoi beni.. con ampia facoltà di vendere, alienare, senza che fosse obbligata a rendere ragione alcuna. Il Conte Lazzaro, alla morte del padre a Padova, si portò colà, poi ritorno a Borgonovo dove si trattenne poco più di un anno. Nel 1423 poi Donna Elena offrì e depose nelle mani del duca il Castello di Borgonovo, facendo in modo che ritornassero in suo dominio tutte le altre terre tenute dal figlio Filippo, domandando nello stesso tempo che il duca disponesse a favore suo e dei figli e nipote Borgonovo e le altre terre già occupate da Filippo. Il duca gradì mo9ltissimo questo atto e confermò tali beni in possesso di Donna Elena. Pare che poi il duca spogliasse di questi beni gli Arcelli. Giorgio, dopo essersi fermato un anno a Borgonovo, si partì per Venezia, dove si trattenne fino al 1429; ritornò di nuovo a Piacenza; fu al servizio di Nicolò da Tolentino e poscia del principe di Taranto, col quale fu fatto prigioniero dai Genovesi nel 1435. Ricuperata la libertà, ritornò in patria poi ancora nelle puglie e finalmente si stabilì a Piacenza. Borgonovo perdette molto della sua importanza, come feudo, alla morte del conte Filippo Arcelli. Circa l’anno 1438 passò sotto il dominio del capitano Nicolò Piccinino, datogli in feudo dal duca Filippo Maria di Milano, per compensarlo dei servizi resi allo Stato. Però soltanto alcune terre del feudo ebbe il Piccinino, mentre le altre furono passate a Lazzaro Radino Tedesco e al Conte Luigi Dal verme. Avendo il duca di Milano dato isposa la propria figlia Bianca al Conte Sforza, il Piccinino, emulo dello Sforza, s’inimicò con lui e con l’amico di lui Marchese Pallavicino di Fiorenzuola e di Cortemaggiore, di modo che fece a questi spietata guerra, togliendogli varie terre. Morì il Piccinino in Milano nell’ottobre del 1444, ed il duca Filippo Maria Visconti investì del feudo di Borgonovo e di molti altri del Piacentino i due figli del Piccinino, Francesco e Iacopo con diploma del 10 marzo 1445. Ma di comune accordo i due fratelli si divisero i feudi, preferendo Iacopo Borgonovo e Francesco quello di Fiorenzuola. Dpo varie vicende, i Piccinino perdettero molta parte di questi feudi e di nuovo la ricuperarono. Al Visconti succedette nel governo di Milano il Conte Francesco Sforza, il quale, essendosi servito dei fratelli Piccinino per l’assedio di Piacenza; ottenutane poi la sovranità, ricominciò fra di loro l’antica avversione. Tuttavia l’aperta rottura non venne se non quando nella guerra contro Monza, i Piccinino, che dovevano sostenere l’esercito dello Forza, se ne stettero inoperosi; per cui Monza non ptè cadere allora nelle mani dello Sforza. Questi comprese il disegno dei Piccinino e diede ordine che fossero privati del feudo di Borgonovo e degli altri, per cui il dominio dei Piccinino in Borgonovo finì nel 1449. Il Conte Francesco Sforza, diventato duca di Milano, rimise nel possesso della Val Tidone e di Borgonovo il Conte Lazzaro Arcelli, che morì nella Rocca di Borgonovo, chiamando eredi la madre Alexina e il conte Giorgio figlio dell’ucciso Bartolomeo. M apare che il duca non tenesse alcun conto del testamento dell’Arcelli perché, dopo la morte di questi, ne diede il dominio al figlio suo naturale Sforza chiamato Secondo, cui diede in moglie Atonia figlia di Luchina Dal verme, senza titolo di feudo e senza solennità d’investitura. Questo avvenne nel 1451. Da un rogito del notaio Filippo del Conte si ha, che nel 1467 la Duchessa Bianca e il duca Galeazzo Sforza investirono del Castello di Borgonovo il figlio legittimo di Francesco Sforza, detto Sforza Maria duca di Bari, e se questi l’anno seguente rinunziò in mano ai suddetti duchi al feudo di Borgonovo per sé e per i suoi figliuoli. Allora Bianca e Galeazzo investirono del detto feudo il fratello del duca di Bari Sforza II, bastardo legittimato di Francesco Sforza, con tutti i diritti, i privilegi inerenti a simili solenni investiture; eccetto però i diritti dotali della signora Isabella Anguissola, moglie del già nominato Conte Giorgio Arcelli e dei diritti pure dotali della signora Atonia figlia di Luigi Dal verme e moglie del predetto Conte Forza. Quest’investitura, dopo la morte della duchessa Bianca, fu confermata dal duca Galeazzo Maria e dopo la morte di questi dalla duchessa Bona. Sforza II nel 1486 essendo privo di figli legittimi ed avendo tre figli naturali legittimati, Francesco II, Giacometto e Leone, ricorse al duca Gian Galeazzo, suo nipote, perché alla sua morte gli succedesse Francesco II e i suoi figli legittimi; che, in mancanza di questi, il diritto di successione passasse a Giacometto e alla linea dè suoi primogeniti; e, questa interamente estinta, a quello di Leonello. Tutto questo fu confermato nel Castello di Vigevano il 18 marzo 1486. Con Sforza II incomincia il dominio degli Sforza a Borgonovo Valtidone. Nell’agosto del 1464 vi ricevette il celebre capitano Conte Giacomo Piccinino, che si era già riconciliato col duca Francesco e che fu ospite del Conte a Borgonovo per un giorno. Nominò luogotenente di Borgonovo il medico Agazzari, celebre, celebre cronista piacentino. Nel 1467 il Conte Sforza Secondo partì da Borgonovo e,insalutato hospite, se n’andò al servizio dei Veneziani in guerra con Milano cioè contro il proprio fratello. Di qui si vede l’animo facinoroso e la propensione alle avventure del Conte Sforza. Allora il duca scrisse agli abitanti di Borgonovo nel seguente tenore:“Havendo inteso che Sforza nostro fratello è partito da lì et non sappiamo ove el sia andato, sel fosse partito fuori del Territorio nostro, del che v’informerà Fr. Da Varese nostro Com’erario, ne comettiamo etc. che debiate consegnare ad esso la chiave di quella Terra et zurare fedeltà etc. Dat. Mediol. 17 jannar, 1467”. E con decreto dei 23 febbraio 1467 il duca partecipa ai sopradettid’avere donato et concessa in feudo con titolo et dignità di Contado la terra di Borgonovo al fratello Sforza M. duca di Bari; unde ecc.Il Conte Sforza partendo da Borgonovo vi aveva lasciata la moglie Atonia; il duca la mandò a prenderecon la sua carretta, cò suoi carrettari e con cavalli assai belli e la fece condurre a Milano. Il Conte pentitosi d’aver prese le armi contro il duca, si staccò dal Colleoni, generale Veneto, e si portò a Milano per abboccarsi col duca che lo accolse amorevolmente e dal quale ebbe ancora Borgonovo, avendoglielo rinunziato il fratello duca du Bari. Riscrisse il duca a quei di Borgonovo ai 2 di gennaio 1468 nel seguente
modo:“Avendo il duca di Bari rinunziato il Contado di Borgonovo, noi lo confermiamo in feudo al magnif. Conte Messer Sforza Secondo nostro fratello; unde ecc.”. Il feudo di Borgonovo si formava allora dei luoghi di Peverano, Ziano, Arcello e Monte Ponzone. Nel 1478 essendo nati subbugli nel Piacentino a causa della famiglia Rossi, il duca di Milano creò suo luogotenente in Piacenza Sforza Secondo di Borgonovo con potere amplissimo di giudicare d’ogni sorta cause civili e criminali e di punire fino all’ultimo supplizio, però un ministro di cervello così leggero come Sforza II era più capace d’accrescere, che sminuire i disordini; ma, scoppiata la peste, di notte tempo, esso fuggì da Piacenza e si ritirò nel suo Castello di Borgonovo. Morto il duca Giov. Galeazzo Maria, s’impose nel ducato Galeazzo Maria. Ed avendogli il re di Francia dichiarato guerra, il duca si fuggì in Germania. Allora i Francesi si impossessarono di tutti i Castelli della Val Tidone eccettuato quello di Borgonovo, che rimase al Conte Sforza Secondo; il quale poi ne fu spogliato dal re di Francia, che lo diede al Maresciallo Pietro di Roan. Il Conte Sforza II morì circa il 1500; gli successe il nipote Alessandro , figlio di Francesco, che premorì al padre al padre Sforza II dieci anni più avanti. Dopo la morte di Ludovico il Moro nel Castello di Loches in Francia, i Francesi, che si trovavano in Piacenza, uscirono per sottomettere quelle Terre che tenevasi ancora ai Ghibellini. La prima impresa fu contro la Rocca di Borgonovo. Postavi l’assedio, la moglie di Francesco Sforza, Franceschina Borromei, tutrice del figlio Alessandro, si rifiutò recisamente di cedere la propria Rocca, ma ricevette soltanto una piccola rappresentanza di soldati al nome del re, per cui fu lasciata in pace. La moglie di Sforza II morì nel 1487 e fu sepolta nella Chiesa di Borgonovo, come appare dalla seguente iscrizione:“1467 Die Iovis 19 septembris Hora-XIII III.a D.na AntoniaSfortia- Uxor III. D.ni Sfortiae-Secundi obii in Burgonovo-cuius anima Requietscat in pace”. Quattro anni dopo gli morì il primogenito Francesco, che aveva sposato nel 1486 in Milano la figlia del Conte Borromeo, Franceschina, essa pure sepolta nella chiesa di Borgonovo, come dice questa iscrizione:“1491 Die Sabati, 15 lanuarii Hora XII-III. Cò Franc. Sfort. Filius Dilectus-Primogenitus III D.ni Sfortiae –Secundi obiit in Burgonovo cuius-Anima requietscat in pace”. Gli succedette il nipote Alessandro, figlio del defunto Francesco; nel 1545, creato duca di Piacenza Pier Luigi Farnese, egli gli prestò giuramentocome Conte di Borgonovo; pare che morisse nel 1565. suo erede fu il figlio Francesco, che aveva sposato Lavinia di Giliberto Sancitali, Una lapide dice di lui:“1565 (?) Die 10lunii Hora XI III. Cò. Fran.co- Sfort. III. Cò. AlexsandriSfor. Primogenitus Vir.-Omni Probitate et Prudentia Decoratus Patri-Semper obediens imatura et Dolosa morte captus Hic iacet-Spem Patris Patriae generis spem Coniu. Almae-Ossa simul cineres Nobilis Arca Tenet”.Successore di Francesco fu Ascanio, che morì in Roma nel 1597 senza prole. In conseguenza il feudo passò al cuginoAlessandro II figliuolo del di lui fratello Massimiliano; militò in Fiandra con Alessandro Farnese, di cui fu aiutante in campo. Sposò nel 1579 Isabella Farnese figlia naturale del duca Ottavio, che morì nel 1638, ai 2 di gennaio; egli la seguì il giorno 20 di agosto dello stesso anno. Ebbe a successore il figlio Ascanio II assai bene affetto ai Farnesi, dai quali fu fatto Castellano di Parma; ebbe in moglie Giustina figlia del Marchese Giovanni Maria Malvicino morta nel 1679, fu perciò l’ultimo Conte di Borgonovo. Si presentarono per la successione nel feudo molti dei rami cadetti, ma non potendo lottare contro la preponderanza della Casa Farnese, nel 1691 furono indotti a sottoscrivere ad una Convenzione, per la quale rinunciarono ai loro diritti su Borgonovo dietro un’annua pensione, che esigettero fino al 1803, anno in cui gli fu soppressa dal governo francese. Nel 1691 la Ducal Camera vendette il feudo di Borgonovo ai Marchesi Zandemaria, i quali ne rimasero in possesso fino alla soppressione dei feudi avvenuta nel 1806 per opera del governo francese, installatosi nel ducato di Parma e Piacenza. Però la famiglia Zandemaria ritenne il dominio dei beni patrimoniali, fra cui la Rocca del Borgo, fino al 1850, in cui essa si spense. Ora la Rocca è di proprietà del Comune do Borgonovo.
(di Padre Andrea Corna-unione tipografica piacentina 1913)


borgonovo valtidone, veduta della rocca