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Piacenza – la Capitale del Bottone

I bottoni, una volta, venivano usati come ornamento e non per la chiusura di un indumento.
Comparvero all’inizio del 1300 ed erano vere e proprie opere d’arte fatte di materiali preziosi, (oro, avorio, argento e pietre rare), fabbricati quasi esclusivamente da orafi. Verso la fine del 1700 in Inghilterra e Francia iniziò la produzione industriale, questi grazie al loro potere colonialista potevano importare nuovi materiali, (madreperla, coralli, avorio e legnami) provenienti da molte zone del mondo, per la costruzione dei bottoni. Chissà se l’industria bottoniera sarebbe mai esistita senza la casuale scoperta della possibilità d’impiego di una materia prima chiamata “corozo”. Questo è il termine con cui vengono indicati i semi di alcune piante dell’America tropicale. I semi di corozo hanno una forma di uovo e una volta sgusciati ed essiccati diventano compatti e sono di colore bianco/giallognolo e per questa caratteristica vengono definiti “avorio vegetale”.


semi di corozo

frutto del corozo

bottoni di corozo
Il corozo, per il suo peso e la sua compattezza, veniva impiegato come zavorra sui velieri e per un caso fortuito qualcuno, ad Amburgo, capì che tale materiale anziché buttarlo in fondo al mare poteva essere riutilizzato. Dalla seconda metà 1800 agli inizi del 1900, a Piacenza si era instaurata una grande attività produttiva e commerciale di bottoni, con la conseguente nascita di figure professionali chiamate “bottonieri”. Le materie prime come il corozo “il frutto d’America”, dum e madreperla arrivavano da tutto il mondo per essere lavorate con macchinari idraulici, riforniti dai canali che attraversavano la città. La storia industriale del bottone ha inizio nel 1870 quando Vincenzo Rovera, aiutato da qualche operaio, apre una fabbrica in via Maddalena. A questa apertura susseguirono altre per opera di nuovi imprenditori artigiani, i quali contribuirono ad estendere l’attività anche in provincia e particolarmente a Castel San Giovanni, grazie alla famiglia Corvi. Al culmine del business, all’inizio degli anni ’20, si contavano 14 stabilimenti produttivi nei quali prestavano lavoro 4000 operai. A cavallo delle due guerre erano migliaia le donne occupate negli stabilimenti bottonieri, e per questo erano simpaticamente chiamate “le Bòtunèri o anche Batòse”. Chi abitava in via Taverna (strà alvà) o in via campagna sicuramente si ricorderà il mattiniero passaggio di questi gruppi di fanciulle con i loro grembiuli colorati, i capelli raccolti con fazzoletti e con ai piedi dei pesanti zoccoli (al sòcli) dal rumoroso scalpitare, talvolta venivano usati come oggetti contundenti e lanciati addosso ai vari ragazzotti che usavano fare apprezzamenti un po’ troppo audaci durante il tragitto che si faceva per recarsi alle fabbriche di bottoni. Grazie all’espandersi delle attività della produzione dei bottoni sorse anche un indotto che comprendeva alcune aziende di cartonaggio per la produzione di scatole e cartelle per riporvi tutto il materiale pronto per la vendita. Videro la luce anche ditte per la produzione di cordami e spaghi, (una di queste era la Sisal), per la legatura. Ci fu un fiorire di maglifici e cotonifici e praticamente per circa un secolo Piacenza divenne un centro mondiale nel ramo manifatturiero e per tantissime famiglie quello dei bottoni era la principale fonte di sostentamento.


Le ditte Rossigni e Agazzi, ai primi del ‘900 le aziende Ricchetti e la Galletto sicuramente le due più importanti con una produzione annua di quasi 6 milioni di pezzi. La materia prima era il corozo, simile al cocco, che veniva affettato con lame circolari, poi rifinito al tornio e per ultimo venivano praticati i forellini passanti, questi lavori venivano fatti esclusivamente con manodopera femminile. All’ingegner Galletto si deve la nascita del Siba “salone internazionale del bottone e affini”, la prima edizione si tenne a Piacenza nel 1971 con un successo a livello mondiale.


maestranze della ditta Galletto


Le attrezzature e la tecnologia applicata a queste industrie è stata piuttosto semplice, i semi che arrivavano dall’America in sacchi venivano suddivisi nelle varie misure e immagazzinati in contenitori, successivamente erano tagliati con delle seghe circolari in fette della larghezza voluta. Le donne, al tornio, inserivano questi dischi che venivano lavorati e portati alla forma richiesta, in un secondo tempo altre operaie lavoravano il lato anteriore ed infine lo finivano praticando dei forellini, due o quattro. Si deve ad un artigiano piacentino negli anni 30, il signor Pozzi, l’invenzione di una macchina che permetteva in contemporanea di tornire entrambi i lati dei bottoni. Questa innovazione permise di accrescere la produttività con minor personale, fu grazie a questa macchina che molti bottonifici poterono continuare a produrre.. infatti a causa della crisi le aziende non avrebbero potuto rinnovare i loro macchinari.


Con l’introduzione del poliestere e con la messa a punto di un altro macchinario tecnologico, ideato dal piacentino Lucio Bernardoni nel 1952, si ebbe un ulteriore balzo in avanti nella produzione di bottoni.. Il signor Bernardoni cedette lo sfruttamento del suo macchinario ad una ditta tedesca, ma in seguito negli anni 60 insieme ai soci Fava e Schiavi fondo la ditta FA.BE.S e con alcuni operai iniziò a produrre nuove tornitrici e foratrici in grado di ottenere una elevata produzione. Grazie alla genialità del signor Bernardoni la FA.BE.S raggiunse un notevole sviluppo e negli anni 80 con la Bernardoni srl realizzò una macchina ancora più sofisticata, infatti la macchina a due torrette permise, dopo quasi cento anni, la lavorazione contemporanea di tutte le fasi, dalla tornitura e fino alla foratura dei bottoni. Infatti la macchina a due torrette automatica lavorava in sostituzione di tre persone e nello stesso tempo decuplicava la produzione dei pezzi pronti per la consegna. Passare attraverso tutte queste innovazioni tecnologiche ha significato per l’industria bottoniera la fine di un’epoca, la fase artigianale del bottone basata principalmente sulla manualità delle operaie venne soppiantata dalle macchine che ancora oggi continuano a produrre migliaia di grandi serie di bottoni. Il declino del settore si ha con l’avvento degli abbigliamenti informali e casual, per i quali si è preferito un prodotto semplice ed essenziale, facendo perdere al bottone l’importanza che aveva sull’abbigliamento elegante. Attualmente vi è un vorticoso aumento dei consumi e una mondializzazione della produzione di bottoni e abbigliamento, nel piacentino abbiamo ancora aziende che producono bottoni di alto livello e si distinguono occupando ottime posizioni nel mercato mondiale del bottone. Molti sono concordi nell’affermare che solo attraverso l’industria del bottone, Piacenza ha potuto ampliare i propri orizzonti sul commercio internazionale.