penna

il ritorno del conte Buso–1521

“di Ermanno Mariani”

Annotò Locati, cronista cinquecentesco, a proposito del protagonista di questa storia: "Pietro Buso anco egli scorrendo per lo piacentino ammazzando, rubando, abbruciando, distruggeua e ruinaua ogni cosa"


Le imprese del conte Buso echeggiarono nel piacentino nei giorni in cui gli eserciti stranieri erano intenti a depredare la nostra sfortunata penisola e gridavano:
“Vile!” se sottomessa e “Ribelle!”, se forte a difendersi..

Un forte vento spirava da sud, grappoli di nuvoloni andavano raggruppandosi all’orizzonte oscurando il cielo. Le nubi, nere come la pece, sfrangiate di rosso fuoco, correvano e correvano attraverso lo spazio, spinte dal soffio furioso del vento; correvano dalle montagne alle colline sino alla grande pianura verde, tempestose raggiungevano l’immenso fiume azzurro che fiacco serpeggiava accanto alla città e finalmente si addensavano sopra le alte e pendule torri dei potenti, sui tetri e massicci palazzi dei ricchi nobili, sui tetti color ocra delle case dei mercanti, sulle catapecchie di legno marcio della povera gente, sui bastioni altissimi che stringevano in un abbraccio tutti gli abitanti della città da tempi medioevali e barbari che ancora ristagnavano imputriditi agli albori di una nuova era. Questi cittadini un tardo pomeriggio di mezz’aprile improvvisamente avevano preso a formicolare rapidamente per le strade, affannandosi a cercare riparo dal temporale imminente. Anche le sentinelle di una delle porte d’ingresso dei bastioni, quella di San Raimondo si affrettavano a cercare rifugio all’interno dei locali del corpo di guardia. La pioggia sopraggiunse timidamente con radi goccioloni, via via sempre più fitti. In pochi istanti tutto era avvolto da un turbine di acqua tempestosa, il cielo nero e attraversato da venature bluastre, di tanto in tanto si apriva e schizzava lampi di luce bianca accecante, brontolava, ruggiva e i rombi dei tuoni si susseguivano dall’interno del suo cuore. La pioggia cadeva fitta, insistente, per le vie l’acqua si raccoglieva in turbinanti rigagnoli che rapidi guizzavano ad ingolfare la vecchia struttura fognaria, eredità di antiche vestigia romane. Le sentinelle della porta di San Raimondo caracollavano i dadi all’interno di un boccale di metallo e li lanciavano contro la parete umida d’acqua del locale del corpo di guardia. «Mi è parso di vedere qualcuno là fuori» disse un vecchio soldato della milizia civile, il suo sguardo frugava fra il muro di pioggia che tutto avviluppava, fissava la strada rossa che dalla porta serpeggiava a sud in direzione delle colline nere, la vista si perdeva fra la cortina d’acqua provocata dal potente temporale. «Ma chi vuoi che prosegua il suo cammino con quest’ira di Dio» rimbeccò un altro soldato, molto più giovane del primo e tutt’intento a seguire le giocate dei dadi.
Ombre e vaghe figure parevano prendere forma e colore fra gli strani giochi illusori creati dalla massa d’acqua che crollava incessante dal cielo, nuvole di vapore si alzavano ovunque e tutto quanto vi era di reale, acquistava strane forme e strane dimensioni. Nel breve spazio di un batter di ciglia, un lampo illuminò la strada scarlatta che portava alle colline e all’anziana guardia parve di vedere un cavaliere ma il tempestoso temporale, rapido come un rettile, riagguantò tutto fra le sue spire. «C’è qualcuno là fuori riprese secco il vecchio ne sono certo». «Chissà forse qualche disgraziato sorpreso dal temporale e che ora cerca di raggiungere un riparo. Ma a noi che ne impipa?» disse la giovane guardia, l’unica che ancora dava retta all’anziano soldato. Altri quattro militari del corpo di guardia erano così immersi nel gioco che nulla udivano se non il caracollio dei dadi di legno nel boccale. Un uomo a cavallo lentamente si avvicinava agli alti bastioni. L’animale arrancava fra la pioggia, la figura, uno spettro fra la barriera d’acqua, lentamente prendeva forma agli occhi del vecchio soldato che rimase ad osservare gli sforzi del cavallo e del suo cavaliere, il quale rimaneva chino sulle redini. D’un tratto il cavaliere arrestò il destriero e lasciando un piede nella staffa, con gesti studiati smontò. Con molta calma osservò le mura dinanzi a lui, proseguì a piedi, una mano stringeva le redini dell’animale che docile seguiva completamente nero e lucido di pioggia. Il cavaliere abbandonò la strada e proseguì in direzione delle mura, mentre camminava senza fretta l’anziana guardia osservò che era completamente abbigliato di nero, il cappello sul quale spiccava una lunga piuma scura, era così zeppo d’acqua che le larghe falde afflosciate gli coprivano il volto e quasi gli cadevano sulle spalle, un esteso mantello lo avvolgeva completamente, calzava neri stivali di cuoio, sui tacchi brillavano speroni d’argento. Ora il vecchio soldato poteva vederlo bene. Il cavaliere era ai piedi dei bastioni. Il temporale aveva raggiunto il massimo della sua intensità. I tuoni scalciavano nella pancia del cielo. Ora tutto il corpo di guardia di San Raimondo composto da sei soldati osservava la figura sotto la pioggia. Il cavaliere appoggiò un pugno contro le mura e vi restò chino per un istante, sembrava mormorasse qualcosa. «Ma che fa?» domandò un soldato, quell’apparizione sembrava incuriosirlo più dei dadi. «Che ne so» replicò seccato un altro. «Forse è una spia che prende nota della consistenza delle nostre mura» azzardò la giovane guardia. «Sembra quasi abbia voluto giurare qualcosa» disse il vecchio militare. «Sarà bene andare a controllare chi è» comandò il soldato di grado superiore, un grassone innervosito per aver interrotto la sua partita a dadi. In quella, la figura nera si scostò dalla parete e camminò verso di loro, costeggiando i possenti bastioni di pietra vermiglia. In breve fu a pochi passi dai soldati. Il capo del corpo di guardia gli gridò: «Allora straniero! Non vi sembra una giornata maledetta per andarsene a spasso lungo i bastioni?». Il cavaliere non rispose e spedito camminò sino all’ingresso della porta di San Raimondo.

porta san raimondo a piacenza
«Chi sei?» tuonò il capo delle guardie portando la mano all’elsa della spada. Il nuovo venuto alzò il capo e il suo volto s’illuminò dell’accecante luce di un lampo. I soldati rimasero un poco turbati dai lineamenti duri, taglienti del volto dell’uomo. Fu il più anziano a riconoscere per primo il cavaliere e lesto mormorò all’orecchio del suo superiore: «Il conte Buso». «Non è possibile ringhiò il capoguardia, il conte Buso non ha più messo piede in queste contrade da almeno sette o otto anni». Il cavaliere, giunto sotto l’arcata della porta, si tolse il cappello e lo spioggiò dall’acqua intrisa sbattendolo contro gli stivali. «Chi siete?» domandò di nuovo il capoguardia, questa volta cambiando il tu con il voi, arroganza e boria erano scomparse dalla sua voce. Il nuovo venuto abbozzò una smorfia di spregio che si trasformò in feroce sorriso di denti bianchissimi; i lunghi capelli rossi, lisci erano sgusciati dal cappello e gli ricadevano fradici sulle spalle, due occhi azzurri, di ghiaccio lasciavano intendere un’indole ferma, decisa, autoritaria e abituata al comando, una corta barbetta rossa e diavolesca incorniciava il suo mento. Il Buso passò oltre l’arcata della porta e con passo deciso s’incamminò, seguito dal suo cavallo, in direzione del centro della città. «Al diavolo! Che se la sbrighino i francesi con quel tipo» borbottò il capoguardia. «Chissà dov'è stato in tutti questi anni» mormorò l’anziano soldato. Il Buso camminava nelle vie solitarie per il temporale, osservava le tristi case di legno della periferia, baracche di poveri artigiani o di certi nullafacenti. «Non è cambiata Piacenza dall’ultima volta che vi sono stato.. pensò la solita merda!». Strade sporche, allagate, strette, palazzi tristi, tetri, il Buso si avvicinava alla piazza. Sostò dallo stalliere, gli consegnò il cavallo, raccomandò di strigliarlo e di fornirgli una buona dose di biada. Accomiatatosi dal suo animale proseguì sino alla locanda del Drago Nero, qui si fece largo fra il fumo e i numerosi soldati delle truppe d’occupazione francese. Si sedette ad un tavolo in fondo al locale, con le spalle a ridosso del muro, ordinò all’oste una boccale d’acquavite, si sfilò il mantello fradicio, indossava una giacca nera e pantaloni neri, una lunga spada infilata in un fodero penzolava sulla sua schiena, era un fodero particolare, di origine spagnola, decorato con borchie d’argento, anche la spada era particolare, era un’arma spagnola, lo si capiva dall’originale forma dell’estremità dell’impugnatura, a forma di zucca. La stessa impugnatura era protetta da un’elaborata decorazione di metallo, questa protezione per la mano, rara per quei tempi, faceva della spada un’arma assai elegante e preziosa. Sotto l’ascella penzolava un cannocchiale di legno scuro. Il conte si scrollò i capelli fradici d’acqua, il suo volto era stanco. Aveva allora trentasette anni, ma la carnagione abbronzata e il rosso vivo dei capelli lo facevano apparire più giovane. Il Buso lentamente frugò in un sacchetto di cuoio rossastro, ne estrasse una strana sostanza, la depositò sul tavolo di legno e cominciò a triturarla con le dita, infine aiutandosi con entrambe le mani infilò la sostanza di colore bruno in un corto cilindro di purpurea creta dura, sostenuto da una lunga cannuccia della medesima sostanza. Compiuta l’operazione sotto gli sguardi incuriositi di un gruppo di soldati francesi, il conte per mezzo di un acciarino diede fuoco all’impasto e aspirò dalla cannuccia. Un ufficiale francese, certo Lacroix, con indosso una cotta di maglia di ferro si avvicinò al Buso, lo squadrò e disse: «Vous êtes un bien étrange individu». Il Buso non rispose, si limitò ad osservare ilfrancese con uno sguardo cattivo. L’ufficiale riprese. «Et encore plus étrange est votre objet», «Si chiama pipa e dentro c’è del tabacco..» disse il Buso sbuffando fumo azzurrino dalla bocca. «Viene dal Nuovo Mondo» informò il conte, aspirò di nuovo il contenuto e con la bocca formò un affascinante anello di fumo azzurrognolo che restò mollemente sospeso a mezz’aria fra lui e l’ufficiale francese stupefatto. Il Buso con uno sguardo maligno porse con entrambe le mani la pipa al suo interlocutore, il quale dapprima la studiò, l’afferrò di scatto, grossolanamente se la cacciò in bocca e aspirò, con tutto il fiato che potevano disporre i suoi sfortunati polmoni. Il volto di Lacroix s’arrossò, poi divenne viola e tossì senza sosta sputando convulsamente fumo mentre la sua carnagione lentamente passava al giallo, pallido, cadavere. La soldataglia francese scoppiò in un’allegra risataccia di scherno mentre il conte scattato dalla sedia assai seccato, strappò la sua pipa dalle mani del francese che continuava a tossire e a bestemmiare. Il Buso riprese lentamente a fumare, osservando soddisfatto il suo interlocutore di poco prima, disfatto dal fumo e piegato in due dai colpi di tosse. L’ufficiale non tardò a riprendersi e tuonò: «Porce putain! Qui êtes vous? Qui vous connait? Qui est-ce-qui vous envoie ici?» Il conte si alzò in piedi, si esibì in un ridicolo inchino salameccoso e disse cadenzando l’accento d'oltralpe: «Je m’appelle Pier Maria Scottì, le Busò». Lacroix portò la mano all’elsa della spada ma il Buso rapidissimo sfoderò la sua e la puntò al collo del francese prima ancora che questi potesse tentare una mossa. «Vous.. vous m’avez surpris..». «E questa sera ti faccio dono della vita» sussurrò il conte al soldato francese, avvicinando le labbra sottili all’orecchio dell’avversario mentre gli tormentava il collo con la punta della lama. «Vous cherchez querelle! Demain avec les seconds par le duel, à l’épée.. au pistolet.. Je serai à la Porta Fodesta à l’aube.. ». «Sì sì.. Non mancherò..» così rispose il conte, distolse il suo sguardo cattivo dal francese e per un istante osservò i suoi soldati rimasti immobili, ammutoliti nel vedere il loro superiore così gravemente minacciato. Rapidamente il Buso raccolse da tavola cappello, mantello e pipa, ringuainò la spada e con pochi balzi abbandonò la locanda del Drago Nero. S’infilò in un vicolo stretto e buio, affrettò i suoi passi sino a correre. «Altro che duello! Ben altri programmi corrono per la mia mente che affrontare quello sciocco, soltanto mi sono divertito a provocarlo e ad umiliarlo dinanzi ai suoi uomini», questo andava ragionando il Buso e rideva fra sé e sé, soddisfatto per la sua gradassata: «Meglio mettere più distanza possibile fra me e quegli idioti» pensò mentre i suoi passi si susseguivano rapidi. La pioggia cadeva più rada, nello stretto budello fra le case a tratti sormontato da arcate, i francesi schizzati fuori dalla locanda appena dopo di lui avevano preso a cercarlo, si chiamavano fra loro a gran voce. «Duello? A quanto pare nemmeno quel bastardo di francese pensava davvero di incrociare la sua lama con la mia.. Mi sono trovato di fronte un vero gentiluomo.. ». Il Buso di nuovo ridacchiò fra sé. Il suo mantello svolazzava fra il selciato umido, fetido e le ombre del precoce crepuscolo provocato dal temporale. Ad un tratto pestò qualcosa di viscido con il tacco dello stivale e: «Mieuuuuauuu!» l’urlo straziato di un gatto stridette acuto, altrettanto rapido saettò un poderoso calcione che quasi staccò la testa allo sfortunato felino, il quale volò chissà dove e comunque ben lontano da quel tizio infernale, ammantato di nero. «Bestiaccia!» sibilò il conte e finalmente abbandonò quel lungo e soffocante vicolo per infilarsi in una via poco più grande. Camminò e camminò maledicendo quelle infami stradacce non lastricate e piene di fango, maledisse quelle aride case, case tristi, com’erano tristi i loro abitanti, assai sfortunati a vivere in quei posti di quei tempi. «Che schifo! Che lerciume, che fango, che squallore, che brutti palazzi» ripeté fra sé. Il Buso perse il senso del tempo, seccato di camminare in quelle vie claustrofobiche, solitarie e piene di mòlta. Improvvisamente si trovò all’aperto, rallentò il passo sin quasi a fermarsi, si guardò intorno circospetto, era giunto nella piazza Grande. Una pattuglia di soldati francesi gli sfilò accanto senza degnarlo di uno sguardo, erano sporchi di fango, malvestiti e mal equipaggiati.

antica piazza dei cavalli con la torre dell’orologio
Un grande palazzo, dall’aria misteriosa apparve ai suoi occhi, pareva quasi fosse stato deposto in quel luogo per caso e scolpito dalla mano di qualche artista della pietra. La massiccia struttura, sostenuta da altissime arcate di marmo bianco come l’avorio, per la sua composizione ricordava un castello, la torre e l’imponente merlatura a coda di rondine sgocciolavano umide di acqua piovana. Il conte si soffermò ad osservare l’imponente costruzione con aria stupita, i suoi pensieri tornarono ad antichi ricordi, antiche fantasticherie e prese a parlare fra sé: «Il palazzo del mio avo, Alberto Scoto il Grande. Io! Ed io, io soltanto sono il suo diretto discendente ed erede, io Pier Maria Scotti, conte di Carpaneto e Vigoleno». Gli occhi del conte divoravano lo straordinario palazzo che tanto contrastava con la miseria architettonica di quella città e i pensieri riaffiorarono frenetici: «Alberto Scoto! Signore e padrone di Milano, di Piacenza.. Io devo riportare in alto le gesta del mio nobile casato, il più nobile di queste contrade, devo diventare duca e principe di questa accozzaglia di zotici villani e allora..». I pensieri del conte Buso furono interrotti, i suoi occhi acuti guizzarono in direzione di un’ombra apparsa alle finestre del palazzo del governatore, egli ebbe la sensazione di essere spiato ma soltanto per un istante, l’ombra si era già ritirata all’interno delle stanze dell’edificio. La scura e alta figura, solitaria nel centro della piazza fangosa, si grattò il pizzo di barba rossa sulla punta del mento, si aggiustò il cappello e con un teatrale colpo di mano si riavvolse nelle pieghe dell’oscuro mantello, il grande orologio di metallo, una quarantina di metri sopra di lui, fissato proprio sulla cima di una gigantesca e solitaria torre batteva le sei pomeridiane, il conte lo osservò un istante e zompettando fra fango e piovischio abbandonò la piazza. Una figura dietro i vetri di una finestra del palazzo, era tornata a fissarlo. Il conte riprese il suo cammino, si diresse nella parte occidentale della città, la pioggia aveva ripreso a cadere fitta, lo Scotti bestemmiava e malediceva il fango che gli imprigionava i movimenti. Raggiunse una stretta e oscura stradina, ove sorgeva un massiccio e tetro palazzone di pietra scura, stretto fra la cupa chiesa di S. Simone e un’altra abitazione di pietra, molto più piccola. «Eccomi arrivato!» disse il conte, levò lo sguardo e osservò le due file di otto finestre ciascuna che corredavano la parete del palazzo, molti vetri di quelle finestre erano rotti. Un fiotto d’acqua gli scrosciò sul volto, bestemmiò violentemente e notò che la grondaia era semidistrutta, tuttavia rimase compiaciuto nel constatare che sopra il portone di casa, era ancora infisso lo scudo di pietra con due stelle divise da una banda trasversale, simbolo del suo casato.


palazzo scotti ora prefettura
Infilò una mano nella borsa di cuoio che piatta pendeva al suo fianco, vi frugò ed estrasse una lunga chiave di metallo, lentamente la inserì nella toppa della grande porta di legno e con polso girò. Il portone si dischiuse, il Buso s’introdusse nell’ombra del palazzo. Alla parete del corridoio era appesa una raggrinzita torcia di legno, l’afferrò, smanettando con l’acciarino l’accese e prese a gironzolare fra le stanze. Mobili, sedie, panche, quadri appesi alle pareti, prendevano forma alla debole luce della torcia. Tutto era ricoperto da uno spesso strato di polvere. Gli stivali intrisi di acqua, lasciavano umide impronte sul pavimento inviolato da anni. «Molti mobili non esistono più! Dove saranno finiti?» borbottò lo Scotti, si avvicinò ad un'imperiale poltrona accanto ad un caminetto tristemente vuoto, dominio di tele di ragno. Il Buso si lasciò sprofondare nella poltrona, una nube di polvere si alzò avvolgendolo, tossì, si tolse il cappello e lo gettò sul pavimento, conficcò nel caminetto la torcia che fiocamente illuminava di luce irreale la vasta e tristemente vuota stanza ove si trovava, oltre a lui e alla poltrona dove era seduto, giaceva in un angolo una grossa cassapanca di legno massiccio decorata finemente, un enorme tendone fissato accanto ad una finestra, era anch’esso regno di ragni e ragnatele. Il Buso, si grattò il mento e si domandò: «Dove diavolo sarà finito quel brigante di Calavera? Avevo appuntamento con lui al Drago Nero, ma non si è visto. Certamente avrà combinato qualche malefatta». Agguantata la pipa, la caricò, diede fuoco al tabacco e prese a pippare boccate, si divertiva a formare azzurrini anelli di fumo, lentamente si sfilò gli stivali, poi sganciò la spada, aspirò altre boccate, si sfilò dalla cinta una lunga pistola a due canne di metallo bianco, con l’impugnatura ricoperta di avorio bianco, aspirò un’altra boccata e pensò: «Nulla da bere, nulla da mangiare», era stanchissimo, aveva sostenuto un interminabile viaggio per tornare nella sua città. Qualcosa lo infastidiva pungolandogli la schiena. «Ah! pensò! Lo scannacristiani!», lentamente sempre reggendo la pipa, si sollevò ed estrasse da un corto fodero di cuoio cremisi, un coltello dalla larga lama e l’impugnatura di avorio bianco, come quello della pistola, prese a giochicchiare con la lama soppesandola fra le mani. Improvvisamente un fruscio distolse la sua attenzione, qualcosa si muoveva in fondo alla sala. I suoi gelidi occhi scrutarono nell’ombra e mirarono la sagoma di un grasso topo nero, emersa da dietro la cassapanca. Il ratto compì due o tre veloci passettini, poi alzò il capo, i suoi lunghi baffi vibrarono un istante, quasi volessero scegliere una direzione, ma non ebbe il tempo di riprendere il suo cammino, la lama del coltello dal manico d’avorio l’aveva attraversato da parte a parte, il suo corpo grasso e peloso guizzolò nel freddo ferro, come un pesce appena pescato. Stramazzò e s’irrigidì di colpo, la vita lo aveva lasciato. Il conte nero dalla sua poltrona sogghignò maleficamente: «Non per niente mi chiamano Buso», e pensò: «Quanta gente ho infilzato e il mio polso è sempre fermo: topi o persone, tanto uguale». Molto compiaciuto di se stesso e del suo centro, pippò un’ultima boccata di tabacco, poi reclinò il capo su una spalla, la stanchezza soave e rapida lo condusse in un baleno da Morfeo che certo, se fosse stato in suo potere, avrebbe volentieri espulso dal registro dei clienti del suo albergo, quel rognoso individuo. (di Ermanno mariani, dal libro "Il Buso" pubblicato nel 1996 da Vicolo del Pavone e ristampato per la terza edizione nel 2009 da Filios Editore).

il castello di vigoleno