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l'Ospedale Militare Durante la Grande Guerra


il grande ospedale visto da barriera san raimondo 1903

Il ministero della guerra nel 1863 decise, vista l'importanza strategica della città e sede di centro militare con ingente presidio permanente, di creare un ospedale militare capace di circa 600 posti letto a Piacenza. Il progetto, la costruzione e gli studi sul territorio dove si dovesse erigere l'imponente edificio, furono affidati al reparto genio militare. La direzione del genio dapprima scelse come zona di edificazione la località dove si trovavano i ruderi dell'antico castello farnesiano, cioè a barriera Sant’Antonio (ora piazzale Torino) ma il progetto del maggiore Lopez non ottenne l'approvazione. Venne invece accolto favorevolmente e approvato il progetto del maggiore Enrico Geymet che elaborò uno studio sulla costruzione nello spazio in prossimità di barriera San Raimondo (ora piazzale Genova). La direzione dei lavori venne affidata al capitano Rivera; la prima pietra fu posta nel Giugno 1866 e l'ufficiale terminò la prima parte del progetto esattamente tre anni dopo. Nel Settembre 1869 venne aperto il grande ospedale, in tutto i lavori costarono all'erario 857.000 lire.

Piacenza 1917.
Il grande nosocomio militare di Piacenza era sotto alla direzione del colonnello
medico dott. Scipione Rinaldi. Non era certamente un'impresa semplice coordinare l'immane lavoro che si svolgeva negli ospedali a guerra in corso. Il Rinaldi oltre a provvedere al perfetto funzionamento tecnico e scientifico della struttura, ebbe anche il difficile compito di reperire altri posti letto nelle strutture cittadine già esistenti (ospedale civile e san Lazzaro Alberoni già gestito dalla Croce Rossa) e di crearne ulteriori ex-novo requisendo edifici scolastici ed ecclesiastici adibendoli alla cura e alla riabilitazione dei soldati feriti, doveva inoltre predisporre la distribuzione dei vari materiali e la formazione di nuovo personale medico e paramedico (che all'epoca si basava molto sulle strutture volontarie). Và ricordato che nel periodo del primo grande conflitto mondiale, ma anche subito dopo a causa di una tremenda epidemia (l'influenza spagnola o febbre polmonare scoppiata nel 1918 che ebbe il focolare nel campo di concentramento di Gossolengo, ma che ben presto si espanse in tutte le zone circostanti con ben 32.000 casi di contagio e 1650 decessi solo nella nostra provincia), furono adibite ad ospedale le seguenti strutture cittadine: scuole Taverna (ora Alberoni), il Piacentino (scuole di via Taverna), il Giordani, collegio Morigi e Orsoline i seminari vescovili di via Scalabrini e dell'Alberoni, la nuova caserma di artiglieria Zanardi Landi (edificata sui resti del castello Farnesiano) e per ultima la struttura di Villa Torricelle (posta fuori le mura in zona Galleana) adibita ad isolamento per malati contagiosi. Si può stimare che durante il periodo bellico, i soldati curati nella nostra città furono circa 100.000 (Piacenza contava allora poco più di 20.000 residenti) la metà dei quali subì interventi chirurgici, furono eseguiti 5000 esami radiologici e 2500 analisi chimiche, 12.000 esami microscopici, 3000 furono i casi di malattie cutanee e veneree, 2100 i ricoveri per patologie neuro-psichiatriche e 2300 gli ammalati infettivi. Questi numeri ci spiegano la grande importanza logistica che aveva Piacenza tanto che, anche gli alleati Americani, la scelsero come base della loro Croce Rossa che aveva sede nel palazzo Scotti in via san Siro. La città offri a questi il teatro Municipale da adibire a magazzino e dormitorio.


seduta di elioterapia a san lazzaro

Il grande ospedale militare contava allora di cinque reparti per i soldati di truppa, uno per gli ufficiali ed uno per i prigionieri di guerra e nel padiglione centrale aveva sede il pronto soccorso. La farmacia oltre che alla preparazione dei farmaci veniva adibita come deposito per acidi, liquidi infiammabili ed una piccola scorta di esplosivo adibito ad uso non bellico. Le lavanderie che usufruivano di "moderne apparecchiature a motore"detergevano circa 3000 capi al giorno. La sartoria forniva ai pazienti tutto il vestiario che occorreva durante la degenza ciabatte comprese, per il loro benessere erano attivi anche i bagni diurni e la barberia, era stata creata anche un'aula scolastica dove si insegnava a leggere e scrivere. L'ufficio postale redigeva anche il registro di entrata-uscita e trasferimento pazienti, era stato inoltre creato un dormitorio per i famigliari dei degenti più poveri. Officine, maniscalchi, falegnami, stagnini e stallieri completavano l'organico tutto militare presente nella struttura. Le ambulanze non in servizio venivano ospitate in una rimessa in piazza cittadella. Era ormai diventato abitudinale vedere "sfrecciare" per le strade cittadine, queste primitive camionette che facevano da spola tra le varie strutture sanitarie dislocate in tutta la provincia, ma sopratutto andavano a prendere i feriti che arrivavano alla stazione con i treni ospedale. Le cucine del grande nosocomio militare erano all'opera per 24 ore al giorno, la gran parte dei prodotti cucinati era di produzione interna, la struttura disponeva infatti di diversi appezzamenti di terreno adibiti ad orto, di un grande pollaio, di una conigliera con più di trecento capi di ogni razza (molti di questi portati dai militari di ritorno dalle licenze) stalle ed un ovile.


arrivo del treno ospedale a piacenza

Nell'ospedale prestavano servizio le suore dell'ordine "Figlie di san Vincenzo de Paoli" le loro svariate mansioni venivano svolte in tutti i reparti, vi aveva inoltre sede una scuola per infermiere "la Samaritana" presieduta dal dott. Giuseppe Demaldè. Nel 1915 erano ben 117 le "dame visitatrici volontarie piacentine" che portavano sollievo morale ai ragazzi ricoverati; era molto importante ad esempio che i degenti spesso analfabeti, riuscissero a mantenere un contatto epistolare con i loro cari e per questo le dame aiutavano a leggere o a scrivere le missive.


ospedale al collegio morigi


ospedale alle scuole taverna in via alberoni

Oggi.
Chissà quanti di quei soldati che qui a Piacenza sono stati curati, sono poi transitati ancora nella la nostra città? Avranno sicuramente rivolto un pensiero di gratitudine verso a tutto quel personale che all'interno di quelle mura, si è adoperato per salvare a loro la vita o a donargli un piccolo periodo di serenità. Donare a loro la speranza di poter ritornare a casa in salute tra le braccia dei loro cari lontano dagli scempi e dagli orrori delle guerre. Da diverso tempo l'ospedale è chiuso. Il grande punto di riferimento sanitario militare dopo più di cento anni di storia non esiste più. Rimangono si la struttura e gli edifici in grande parte inutilizzati. In attesa di chissà di quale destino d'uso futuro. Dovremo proprio vederlo diroccato come tante altre strutture militari presenti a Piacenza, sarebbe meglio che venisse donato alla città come tante altre strutture militari fatiscenti e semi abbandonate qui presenti, non per costruirci sopra negozi e supermercati ma per trasformarli in aree verdi e musei per far rivivere la nostra cultura e le nostre tradizioni. (stefano beretta, tratto da gli ospedali militari di piacenza-edizioni freschini parma 1918).